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sabato 29 novembre 2014

Notte











Sabato sera io e mia moglie festeggiavamo dieci anni di matrimonio. Sapete com’è, noi maschi ce li dimentichiamo spesso questi anniversari, ma le donne no. È come se tenessero un’agenda invisibile sulla quale annotano ogni cosa, ogni giorno che secondo loro vale la pena di essere ricordato: il compleanno di quella, l’onomastico di quell’altro, quando è caduto il primo dentino al bambino, eccetera eccetera.
Insomma, per farla breve, la mia Sandra viene in salotto e inizia a strusciarsi come una gattina che fa le fusa «Sai che giorno è amore? » dice
«È venerdì» ho risposto subito sicuro.
«sì, ma che data? »
«non lo so, mi pare il 29» ho detto
«il 29 giusto» ha fatto lei continuando a strusciarsi «e cos’è successo il 29 marzo di dieci anni fa? »
Io stavo per rispondere, “e che ne so di che è successo il 29 marzo di dieci anni fa, ma perché voi donne siete sempre così misteriose? Criptiche? Dimmelo e facciamola finita, no?” Ma poi ho capito che c’era qualcosa sotto. L’ho guardata negli occhi, lei ha sorriso e con le sopracciglia sollevate mi ha imboccato la risposta, e allora ci sono arrivato «Ci siamo sposati! » ho detto quasi urlando, poi mi sono alzato dal divano e ci siamo abbracciati proprio lì, in mezzo al salotto. Siamo rimasti a lungo così, e alla fine mi ha detto che le sarebbe piaciuto andare al cinema per festeggiare. 

    Più tardi, mentre andavo in bagno per farmi la barba, sono passato davanti alla porta di camera e l’ho vista che si rimirava nello specchio; allora mi sono bloccato un po’ in tralice dietro lo stipite e ammetto di averla spiata più di quanto avrei dovuto. Si era già messa tutta in ghingheri, e osservava soddisfatta la sua figura riflessa di profilo: ora di qua, ora di là, con la testa da una parte, poi dall’altra, lisciando un po’ a sinistra la gonna, strizzando la pancetta per tirare su i seni; e sorrideva la mia Sandrina, tutta contenta sapete? Era bella, proprio come il giorno che ci siamo sposati. È andata al comò e si è spruzzata un po’ di quel profumo che metteva sempre da giovane quando eravamo ancora fidanzati. Non glielo sentivo addosso da chissà quanto tempo, almeno da quando ha iniziato a non stare molto bene.

    Mi sono fatto la barba e mi sono vestito. Ho pensato che non volevo essere da meno e così anch’io mi sono improfumato con la prima cosa che mi è capitata sotto mano. Più tardi, in auto, tra il mio e il suo di profumo sembravamo proprio una di quelle coppiette di ragazzi che ancora vogliono fare una buona impressione sull’altro, ce l’avete presente? Quando ancora non è diventato tutto scontato, banale, monotono e ci si arrende a quella deriva matrimoniale che poco alla volta anestetizza i sentimenti e mette la sordina a ogni cosa. Fuori pioveva, ma noi, al sicuro e al calduccio all’interno dell’auto ci gustavamo in silenzio il nostro angolino di paradiso super profumato. Lei mi ha preso la mano e io gliel’ho stretta forte, e in quel momento ho avuto chiara la sensazione che tutto si sarebbe sistemato, che tutto sarebbe tornato ad andare nel verso giusto.

    Il film, lo dico subito, non mi è piaciuto. L’ha scelto lei, ma questo non significa molto. Non mi piace andare al cinema, questo è il punto. Avrei potuto sceglierlo io e sarebbe stato la stessa identica cosa. Ma quella sera (parliamoci chiaro, siamo tra adulti) il cinema era solo il contorno al piatto principale, che sarebbe arrivato più tardi, una volta giunti a casa. La cornice necessaria a imprigionare l’immagine del nostro amore che dopo dieci anni di alti e bassi finalmente si rimetteva in carreggiata e riprendeva a volare in alto, sopra i pensieri e tutte le altre cose. Sandra era di nuovo con me, era tornata quella di prima, e mi teneva la mano mentre guardava il film con la testa poggiata sulla mia spalla. Quando sono partiti i titoli di coda è stato come se mi avessero dato una coltellata perché non volevo che sollevasse la testa, che si staccasse da me.
    Fuori aveva smesso di piovere, e ci siamo tenuti la mano mentre camminavamo verso l’auto facendo commenti sciocchi sul film; poi, quando l’abbiamo raggiunta ho fatto una cosa che non so neanche io da dove mi è uscita: ho fatto il giro di corsa tutto sorridente e le ho aperto la portiera per farla salire «Ti amo sai? Ti amo davvero Fausto» ha detto lei guardandomi con occhi, a parer mio, un po’ troppo malinconici visto quanto eravamo felici in quel momento.  Ho guidato piano per tornare a casa perché intanto nell’auto si erano ricreate le stesse condizioni favorevoli di prima, e nel silenzio dell’abitacolo sembrava che potessimo addirittura sentire i nostri pensieri vibrare nell’aria e giocare a rincorrersi.

    Appena entrati in casa lei ha ripreso gli strusciamenti di prima e voleva subito passare al sodo. Anch’io lo volevo credetemi, ma forse sarà stato tutto quel profumo, oppure il film noiosetto, ma insomma… mi era venuto un po’ di sonno e allora le ho chiesto di farmi un caffè; e subito nella mia testa è comparsa la voce «Dai…non lo vedi che la pollastrella ti brama? Lascia perdere il caffè su…» e io ho risposto mentalmente «un caffè veloce, e che sarà mai un caffè? » poi un’altra voce, che si è unita alle nostre «Sì, sì, lasciale fare un caffè. Vediamo che cazzo ti combina questa volta».
    La Sandra mi guardava impaurita, come se le avessi chiesto chissà cosa, e mi dispiaceva moltissimo perché fino a pochi istanti prima eravamo un tutt’uno e io non volevo che avesse paura di me. Ero suo marito, e le volevo un bene dell’anima anche se non era stata molto bene ultimamente.  È rimasta impalata a guardarmi con gli stessi occhi malinconici di prima, poi si è voltata e si è avviata lemme lemme verso la cucina, tutta in ghingheri e profumata per andare a farmi il caffè.
    Io mi sono lasciato cadere sul divano ed ho acceso la tv «ecco… ora vedrai vedrai» ha ripreso la voce «signori per l’amor di Dio manteniamo la calma» ha fatto eco l’altra «sono tranquillissimo. Mi vedete no? Sono tranquillissimo» ho risposto io. Sono passati non so quanti minuti e proprio quando stavo per alzarmi e andare a vedere perché non tornava l’ho sentita arrivare.

    Oddio, a dire il vero sentivo la tazzina che faceva rumore nel piattino di ceramica perché alla Sandra tremavano le mani. Mi è dispiaciuto tanto  vederla in quelle condizioni, ma dopotutto che le avevo chiesto? Un caffè Cristo Santo! Un misero caffè. L’ha posato sul tavolino in vetro davanti al divano e ha fatto per andarsene «Fermala! » ha urlato la voce «Falla rimanere, vediamo cos’ha da dire la scema» l’altra voce ha tentato una mediazione «Signori» ha tuonato con voce ferma e autorevole «visti i precedenti io sarei portato a dire che, considerata  la significativa ricorrenza odierna,  ma soprattutto (aggiungerei)  le cause sciocche che scatenano gli episodi…» «siediti amore» le ho detto invece io estremamente calmo «prendo questo caffè e  sono subito da te» l’ho presa per un polso e l’ho invitata a sedersi accanto a me.

   Ho portato la tazzina alla bocca, ho ingoiato a fatica un sorsetto, poi con un manrovescio assestato come si deve le ho aperto il labbro superiore; bisogna dire che la Sandra ha dimostrato non poco coraggio: l’ultima volta le ho detto che se scappava ne buscava ancor di più e infatti non ha cercato di fuggire, è rimasta lì con gli stessi occhioni malinconici a guardarmi e a mugolare appena «Visto? Visto? Cosa ti avevo detto? Te l’ha bruciato! Lo fa apposta! » urlava la voce nella mia testa «Guarita un cazzo! È matta, MATTA! Neanche un caffè decente…» e aveva ragione, cazzo se aveva ragione. Era quella la donna che avevo sposato? Una stronza incapace di fare qualsiasi cosa? L’altra voce ha provato come sempre a sistemare le cose «Io credo che faresti meglio a uscire per fare due passi, le premesse non rispecchiano certo le…» una parlava da una parte, l’altra rispondeva dall’altra, e io preso nel mezzo a quel frastuono che mi sembrava d’impazzire. Ho tentato di buttarle fuori giuro, con tutto me stesso, di farle uscire dalla mia testa… ma poi è come se fosse scattata una molla da qualche parte e il resto è venuto praticamente da solo.

    Ero già balzato in piedi di fronte a lei che cercava di ripararsi la testa in qualche modo, quando nel cervello mi è esploso fortissimo un odore di bosco, di pino e faggio, di terra umida; e allora mi sono sentito come un cavallo lanciato a folle velocità nella bruma del mattino, col vapore che mi usciva dalle narici spalancate. Poi odore di mare mosso, di cavalloni e schiuma, e io prendevo sempre più velocità, con le zampe che mordevano il terreno e i muscoli del petto tesi all’inverosimile, nitrivo e scuotevo la testa che era un piacere. Godevo cazzo, godevo come un pazzo, finalmente a contatto con quella natura che devo sempre tener nascosta.  L’ultima cosa che ricordo è il caffè bollente che atterra sul bel volto di mia moglie, poi tutto si è fatto buio intorno a me ed è stato in quel momento che mi sono letteralmente staccato da terra e ho iniziato a volare; leggero come una piuma, potente come un Dio.