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martedì 28 ottobre 2014

I vermi





Arrivò troppo presto quella mattina. Gli piaceva arrivare presto, ma quella mattina esagerò decisamente e siccome il cancello era ancora chiuso si infilò nel bar di fronte all’ingresso, dove ordinò un caffè. Il locale era semivuoto, gli unici avventori a parte lui erano due netturbini che stavano chiacchierando ad alta voce con i gomiti poggiati sul banco. Avevano gli occhi semichiusi e l’aria di chi ha appena svolto un compito fondamentale dal quale dipendevano le sorti del mondo intero. Lo squadrarono con interesse mentre gli passava davanti e così facendo sospesero per un attimo la conversazione. Quando uscì, diversi minuti più tardi, interruppero nuovamente la conversazione scortandolo con gli occhi fino alla porta.

    L’aria frizzante del primo mattino gli faceva lacrimare gli occhi. Tirò su al massimo la cerniera del piumino e attraversò l’enorme cancello in ferro battuto, incamminandosi sul lungo viale adornato dai cipressi con le mani infilate nelle tasche del pesante giubbotto. Uno dei guardiani sollevò le sopracciglia vedendolo arrivare, forse per salutarlo, forse per esternare la sorpresa di trovarselo ancora una volta davanti, quindi anche lui si sentì obbligato a rispondere in qualche modo, e lo fece esattamente come l’altro: sollevando le sopracciglia.
    Oltrepassò la dimora barocca dei Modani, sorrise di fronte a quella presuntuosa dei Lenzi, sospirò profondamente passando di fronte a quella dei Cialdini\Positai che un po’ di soggezione gliela metteva sempre per via di quel cognome da stirpe notarile.  Giunto in fondo al lungo viale svoltò a sinistra e prese a scendere giù, in Via delle Rimembranze, spingendo un po’ indietro il busto per controbilanciare l’effetto della ripida discesa.

    Aveva in mente di esplorare una porzione nuova quel giorno, augurandosi che fosse interessante come quella che aveva scoperto la seconda o terza volta che era venuto. Non ne aveva trovate altre così piene di poesia, dense di dolore, di amara consapevolezza. Ma il luogo era immenso e lui di tempo ne aveva da buttare. A metà della discesa dovette fermarsi. Sulla destra vide scale che non aveva mai notato prima. Incuriosito si affacciò sul bordo ma non riuscì a vedere molto poiché dopo una decina di gradini le scale viravano di colpo ancora a destra nascondendo di fatto l’esito della discesa. Sembravano comparse dal nulla durante la notte. Prese a scendere, sorreggendosi con una mano alla ringhiera fredda e rugginosa.  Svoltata la prima rampa, di fronte agli occhi si aprì un piccolo spiazzo isolato da tutto il resto, completamente ricoperto da croci e lapidi sconnesse. Anche il muro che lo delimitava brulicava di facce e storie passate. Provò la solita fitta al cuore che presagiva alle esperienze più intime mentre scendeva gli ultimi gradini con profonda reverenza, e rimase a lungo fermo sull’ultimo, quasi si rendesse conto di essere vicinissimo a compiere una terribile profanazione in qualità di primo uomo a rimettere piede in quel luogo dopo chissà quanto tempo; ma dopo tutto non c’era modo di arrivare dall’altra parte se non calpestando almeno una ventina di tombe. L’ispezione di un quadrato andava eseguita sempre in senso antiorario partendo esattamente dall’ultima di destra, che di solito corrispondeva alle ore quindici sul quadrante di un orologio. Su questo era inflessibile, non poteva visitare un quadrato senza punti di riferimento, gli piaceva l’idea di dare un ordine alla morte.

    La pietra tombale che si trovò davanti non aveva fotografia ed era troppo infarcita di riferimenti evangelici per i suoi gusti. Prima di tutto aveva bisogno di vedere i volti: gli occhi del morto ancora attraversati dalla vita, le labbra serrate in una posa composta, l’imbarazzo così ingenuo e umano che avevano provato trovandosi con tutta probabilità per la prima volta di fronte a una macchina fotografica, e in secondo luogo – ma non in ordine di importanza- aveva bisogno di leggere un dolore che non fosse preconfezionato, non scritto da terzi e perciò buono per tutti, quindi i passi del vangelo con lui non funzionavano. No, lui voleva sentire vibrare nell’aria le parole dei parenti , voleva respirare l’abissale disperazione dei sopravvissuti, mogli mariti o figli che fossero, e cibarsene, immagazzinarla dentro per poi servirsene alla prima occasione.
    Deluso passò a quella successiva. L’erba cresceva impetuosa, di un verde accesissimo, nel minuscolo spazio che le era stato concesso tra il muro e l’ultima fila di tombe, e presto l’umidità prese a insinuarglisi dentro le scarpe. L’accolse con affetto perché se in quel luogo c’era un intruso era senz’altro lui, mentre la natura stava semplicemente facendo il suo dovere. Anche quella tomba non rivelò quasi nulla della persona i cui resti riposavano nel vano ricavato nel muro subito dietro la lapide marmorea. Era morto nel 1888 a quarantasette anni. Niente fotografia, nessuna dedica particolare.  Un nome e un cognome che non dicevano assolutamente nulla della persona che era stata, delle cose che aveva fatto, dei sogni cui aveva cercato di dare corso “Chi è fortunato vive circondato dall’amore dei suoi cari, ma l’ultimo tratto di strada si percorre da soli” pensò, e subito la mano corse al taccuino che si portava sempre dietro, sul quale annotò la frase.
«Io preferisco le altre» disse improvvisamente una voce alle sue spalle.
Non si era accorto della presenza e sobbalzò per lo spavento.
«Mi scusi, non volevo spaventarla» gli disse la donna quando si voltò.
«No, è che non l’ho proprio sentita arrivare. Strano perché qui non vola una mosca»
«Ah, ma io ero già qui. L’ho vista scendere. Si vede che non mi ha notata» rispose lei. Era sulla cinquantina come lui, appena più bassa, con pesanti borse sotto gli occhi. Forse non dormiva da tempo, oppure piangeva molto. I capelli neri a un certo punto si confondevano nel cappotto dello stesso colore e decisamente fuori moda; sul bavero era infilata una grossa spilla che sembrava un leone, oppure un orso, cercò di non fissarla troppo.

«Io preferisco le altre stavo dicendo, quelle più recenti. Queste non mi dicono niente»
«Ah» fece lui fingendo di non capire
«L’ho vista spesso sa? Devo ammettere che qualche volta l’ho anche seguita. Non capisco cosa ci trova in questi vecchi marmi polverosi».
«La morte» disse allora lui, rendendosi conto di essere stato smascherato «La morte era una faccenda seria all’epoca. Vede le facce di questa gente? Si guardi intorno, non ce n’è una che sorrida. Sono tutte serissime. Perfino i bambini. Perché mi ha seguito?» aggiunse poi con noncuranza tornando a voltarsi dall’altra parte.
«Ma che c’entra? Sono fotografie. Le facevano fare a dei professionisti. Costavano care ed erano una cosa seria. L’ho seguita perché pare che dividiamo la stessa passione».
«Ciononostante, io non capisco proprio cosa ci sia da ridere. Lei ama quelle recenti? Quelle a colori piene di sorrisi? Quelle dei primi anni ottanta sono davvero orribili. I colori sono resi in modo artificiale e a volte ci sono degli animali fotografati insieme al morto. Non è una passione la mia, è una necessità».
«Lei non ama gli animali? »
«Sì certo, li amo come chiunque altro»
«Non capisco cosa ci sia di strano a farsi fotografare insieme al proprio cane o al proprio gatto».
«Non c’è niente di strano» disse lui sollevando le spalle «Trovo strano che chi deve decidere quale foto mettere sulla nostra tomba ne scelga una dove non siamo soli. Tutto qui»
«Non la capisco…»
«Non ha molta importanza. Guardi si sta annuvolando, forse dovremmo cercare riparo».
«Quindi lei non la considera una passione? E che passioni ha, sentiamo»
«Io signora faccio già abbastanza fatica a vivere. Non posso permettermi il lusso di distrarmi con le passioni. Guardi questa per esempio» disse inginocchiandosi di fronte a una grossa lapide rettangolare.
«Oddio no. I bambini no»
«Era cosa comune all’epoca fotografare i bambini dopo che erano morti. Ne morivano talmente tanti, sapesse. Le dediche dei genitori parlano sempre di piccoli angeli volati in cielo, un po’ banali forse, ma alcune sono autentiche perle, vera poesia mi creda. Sembra impossibile poter sopravvivere a un dolore simile no? Eppure, basta guardare…» Un tuono cupo e lunghissimo interruppe la sua voce. L’uomo e la donna voltarono all’unisono gli occhi al cielo sentendosi come scolari minuscoli ripresi da un maestro gigante a fare confusione durante la lezione.
«Basta guardare» riprese lui «le date di morte dei genitori subito sotto. Ecco guardi qui: il babbo è morto quasi trent’anni dopo, e la mamma più di quaranta. Sono sopravvissuti a un dolore che in quel momento dovette sembrargli incommensurabile, capisce? Sono andati avanti»
«Non c’è molto altro da fare» rispose lei «uno si arrangia come può. Non a tutti capita la fortuna di morire interi. Si perdono dei bei pezzi per strada prima; si sanguina tutta la vita e si muore un po’ alla volta».
Lui rimase ancora un po’ immobile con lo sguardo posato sul corpicino dal quale era volata via la vita, prima di rialzarsi. «Andiamocene di qui. Sta per arrivare un temporale»

     Giunti in cima alle scalette lei gli posò una mano sul braccio «La prego, mi accompagni un attimo laggiù» disse indicando uno spiazzo in fondo al vialetto in discesa «Non mi va di stare sola oggi. Non ci vorrà molto, devo soltanto salutare una persona».
Camminarono piano senza dirsi nulla perché non c’era nulla da dire, finché non giunsero all’altezza di un enorme quadrato per metà riempito di croci provvisorie e terra smossa. «È morto da tre settimane e io ancora non riesco a non venire ogni santo giorno» disse la donna senza guardarlo negli occhi.
«Tranquilla, passerà» rispose lui senza chiedere a chi si riferisse.
«Torno subito»

    La guardò avventurarsi tra i cumoli di terra rigonfi prestando attenzione a dove metteva i piedi con la chiara intenzione di non disturbare quei sonni eterni appena iniziati. Poi la sua attenzione si spostò su un’escavatrice parcheggiata in mezzo allo spiazzo. Sapeva bene qual era la sua funzione. Si avvicinò con calma. C’erano sei buche già pronte, niente di più normale in un cimitero, ma anche questa scelta opportunistica di portarsi avanti con il lavoro andò a fondersi assieme a quella delle facce sorridenti dei morti del suo secolo, che messe insieme scalfivano la solennità nella quale invece la morte meritava di fluttuare. Su ogni buca era stata adagiata una transenna di ferro per impedire che qualcuno ci finisse dentro.
«Lei è proprio un tipo macabro sa? » disse lei appena tornata, allungando il collo per guardare in una fossa.
«Ha notato che il fondo è in pendenza? »
«In pendenza? »
«Sì, vede? Una parte va più in giù di qualche grado»
«Forse per i fluidi? »
«I fluidi?Forse» disse lui «Perché ride? »
«Niente, una cosa stupida. Stavo pensando al sangue al cervello…»
Ancora un tuono, questa volta più lungo. D’improvviso il cielo si era fatto nero. Come avevano fatto a non accorgersene prima? Un lampo cadde a poca distanza e subito dopo un boato spaventoso esplose vicinissimo facendoli barcollare.
«Mio Dio» urlò lei «Come faremo? »
Erano soli, in mezzo a un enorme spiazzo di terra rivoltata a pochissima distanza dal brulicare sotterraneo dei vermi. Enormi nuvoloni dai contorni indefinibili correvano veloci subito sopra le loro teste, sembrava che fosse sufficiente sollevare una mano per infilarcela dentro. Una ventata tiepida sollevò i capelli della signora che rimasero ritti in aria, come attratti da una forza invisibile verso il cielo.
«Mio Dio» ripeté più forte questa volta piangendo «Che ne sarà di noi? » Chiese, e a lui parve che la domanda non avesse più nulla a che fare con il tempo.  Lei aveva la faccia bianca come il vestitino nel quale avevano avvolto il piccolo morto.
«Non si preoccupi signora» rispose guardandosi intorno. Tra poco la pioggia sarebbe caduta indifferentemente sulle tombe recenti e quelle più antiche, lavando via la polvere dai marmi e nutrendo la terra; predisponendola ad accogliere altri come loro  « Non si preoccupi» disse abbracciandola «Andrà tutto bene, è soltanto la natura che fa il suo dovere» poi la allontanò da sé per guardarla negli occhi e le sorrise con fare rassicurante «Andrà tutto bene» ripeté piano sistemandole i capelli.