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mercoledì 8 aprile 2015

La bellezza contenuta





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Hanno messo un divisorio. Uno di quelli che mettono e tolgono all’occorrenza. Il compagno di stanza del babbo è giovane e probabilmente è qui per una cosa da niente. Lo sento parlare al cellulare, ride e scherza. E chiama, chiama in continuazione. Non lo vedo e non m’interessa di vederlo; la sua allegria e la sua esistenza mi danno sui nervi. E poi lo invidio; sì, lo invidio perché alla sua età si è sempre da quella parte del divisorio.
Di qua ci siamo io e il babbo. Due millimetri di plastica dividono due universi opposti e inconcepibili nella stessa stanza. L’hanno messo perché la sola idea della morte è indecente. È un pensiero al quale non ci si abitua. L’idea di poter morire, andarsene per sempre è indecente.
So che sente il nostro dolore, lo percepisce, la stanza ne è impregnata, ma esorcizza la cosa chiamando. Chiama tutti, in continuazione, rivendica il suo diritto all’esistenza e alla giovinezza. E ha ragione, so che ha ragione, ma odio tutta questa ostentazione di vita.
Il babbo non può parlare, ha un’enorme maschera per l’ossigeno sulla faccia, ma mi ha fatto capire quelle che sono le sue ultime volontà. È lucidissimo, scruta con attenzione ogni particolare come se volesse fissarsi qualche cosa nella mente e portarsela via. Fa una fatica enorme a respirare, credo si renda conto che siamo alla fine.
Ieri mi ha chiesto di spostare le tende nel caso avesse nevicato, come ha sentito dire dalle infermiere. Ma oggi ho trovato questo divisorio, e adesso non può più vedere la finestra e intanto quello di là lo tortura, coi suoi discorsi da giovane, la sua allegria, tutte quelle chiacchiere che non riguardano mai il passato, ma parlano dei tanti domani, delle cose che farà appena uscirà da qui. Avrei voglia di dirgli qualcosa, ma so di non aver ragione, a quell’età non si concepisce che un giorno dovremo smettere di esistere.
Guardo il babbo, non può dire niente, scrolla la testa e solleva le spalle con quel suo atteggiamento dimesso che vuole essere rassicurante allo stesso tempo. “Non ti preoccupare, va tutto bene”. Ha sempre trovato il sistema di prendere le cose con un certo grado di candida fatalità, e anche adesso, nel momento più difficile, riesce a farlo.
È un paziente ‘modello’ dicono gli infermieri. Perfino il Dottore qui al reparto l’ha lodato per la pazienza e la collaborazione. ‘Uno che non si lamenta mai’, dicono, e questa cosa mi riempie d’orgoglio. Ora so con certezza da chi ho ereditato la mia attitudine alla sofferenza. Sono tale e quale a lui, quando sto male cerco di starmene in silenzio, il più appartato possibile, non mi piace la compassione della gente in generale e la sola idea di dover un giorno dipendere da qualcuno mi mette i brividi.
Ricordo che quando ero ragazzo al panificio avevamo una gatta. ‘Musina’ si chiamava. Spesso scompariva per lunghi periodi, settimane a volte. Non che ci preoccupassimo della cosa, però tutti notavamo l’assenza e in silenzio ognuno formulava le proprie ipotesi.
Un giorno, ricordo, mi mandarono in cantina a prendere una stagna d’olio. Aperta la porta, nel buio, notai in fondo alla stanza due piccolissime sfere gialle. Ci misi un po’ a capire cosa fossero. La gatta si era infilata – non so come – in un invisibile spazio tra uno scaffale e il soffitto. E stava male, rantolava. Presi una latta di pelati e ci salii sopra per guardare da vicino, ma l’animale si mise a soffiare indispettito, quindi lo lasciai stare.
Tornato su con la stagna non dissi niente a nessuno, mi ripromisi di tornare il giorno seguente a vedere se per caso fosse morta, andata via, o cosa. Insieme alla gatta l’indomani trovai quattro cuccioli attaccati a succhiare il latte. La ‘Musina’ si lasciava guardare senza protestare e continuava a mandare i suoi occhioni gialli dai cuccioli alla mia faccia e viceversa, incredula quanto me.
Non ho mai rivelato a nessuno il suo nascondiglio, ho sempre avuto il massimo rispetto per la dignità che dimostrano i gatti in quelle situazioni. Anche se sono animali per i quali non provo niente in particolare, li ammiro perché m’ispirano una certa fierezza e sanno essere autosufficienti se serve. E il fatto che quando stanno male vadano a nascondersi, mi è sempre piaciuto.
E ora, vedendo il babbo in questo stato, comprendo meglio il motivo per cui non rivelai il nascondiglio della ‘Musina’. Anch’io quando sto male voglio essere lasciato solo, non mi serve l’aiuto di nessuno, e se ho bisogno di essere aiutato, per quanto mi riguarda è tempo di morire.


Romanzo "La bellezza contenuta"  primo capitolo
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