sabato 29 novembre 2014

Notte











Sabato sera io e mia moglie festeggiavamo dieci anni di matrimonio. Sapete com’è, noi maschi ce li dimentichiamo spesso questi anniversari, ma le donne no. È come se tenessero un’agenda invisibile sulla quale annotano ogni cosa, ogni giorno che secondo loro vale la pena di essere ricordato: il compleanno di quella, l’onomastico di quell’altro, quando è caduto il primo dentino al bambino, eccetera eccetera.
Insomma, per farla breve, la mia Sandra viene in salotto e inizia a strusciarsi come una gattina che fa le fusa «Sai che giorno è amore? » dice
«È venerdì» ho risposto subito sicuro.
«sì, ma che data? »
«non lo so, mi pare il 29» ho detto
«il 29 giusto» ha fatto lei continuando a strusciarsi «e cos’è successo il 29 marzo di dieci anni fa? »
Io stavo per rispondere, “e che ne so di che è successo il 29 marzo di dieci anni fa, ma perché voi donne siete sempre così misteriose? Criptiche? Dimmelo e facciamola finita, no?” Ma poi ho capito che c’era qualcosa sotto. L’ho guardata negli occhi, lei ha sorriso e con le sopracciglia sollevate mi ha imboccato la risposta, e allora ci sono arrivato «Ci siamo sposati! » ho detto quasi urlando, poi mi sono alzato dal divano e ci siamo abbracciati proprio lì, in mezzo al salotto. Siamo rimasti a lungo così, e alla fine mi ha detto che le sarebbe piaciuto andare al cinema per festeggiare. 

    Più tardi, mentre andavo in bagno per farmi la barba, sono passato davanti alla porta di camera e l’ho vista che si rimirava nello specchio; allora mi sono bloccato un po’ in tralice dietro lo stipite e ammetto di averla spiata più di quanto avrei dovuto. Si era già messa tutta in ghingheri, e osservava soddisfatta la sua figura riflessa di profilo: ora di qua, ora di là, con la testa da una parte, poi dall’altra, lisciando un po’ a sinistra la gonna, strizzando la pancetta per tirare su i seni; e sorrideva la mia Sandrina, tutta contenta sapete? Era bella, proprio come il giorno che ci siamo sposati. È andata al comò e si è spruzzata un po’ di quel profumo che metteva sempre da giovane quando eravamo ancora fidanzati. Non glielo sentivo addosso da chissà quanto tempo, almeno da quando ha iniziato a non stare molto bene.

    Mi sono fatto la barba e mi sono vestito. Ho pensato che non volevo essere da meno e così anch’io mi sono improfumato con la prima cosa che mi è capitata sotto mano. Più tardi, in auto, tra il mio e il suo di profumo sembravamo proprio una di quelle coppiette di ragazzi che ancora vogliono fare una buona impressione sull’altro, ce l’avete presente? Quando ancora non è diventato tutto scontato, banale, monotono e ci si arrende a quella deriva matrimoniale che poco alla volta anestetizza i sentimenti e mette la sordina a ogni cosa. Fuori pioveva, ma noi, al sicuro e al calduccio all’interno dell’auto ci gustavamo in silenzio il nostro angolino di paradiso super profumato. Lei mi ha preso la mano e io gliel’ho stretta forte, e in quel momento ho avuto chiara la sensazione che tutto si sarebbe sistemato, che tutto sarebbe tornato ad andare nel verso giusto.

    Il film, lo dico subito, non mi è piaciuto. L’ha scelto lei, ma questo non significa molto. Non mi piace andare al cinema, questo è il punto. Avrei potuto sceglierlo io e sarebbe stato la stessa identica cosa. Ma quella sera (parliamoci chiaro, siamo tra adulti) il cinema era solo il contorno al piatto principale, che sarebbe arrivato più tardi, una volta giunti a casa. La cornice necessaria a imprigionare l’immagine del nostro amore che dopo dieci anni di alti e bassi finalmente si rimetteva in carreggiata e riprendeva a volare in alto, sopra i pensieri e tutte le altre cose. Sandra era di nuovo con me, era tornata quella di prima, e mi teneva la mano mentre guardava il film con la testa poggiata sulla mia spalla. Quando sono partiti i titoli di coda è stato come se mi avessero dato una coltellata perché non volevo che sollevasse la testa, che si staccasse da me.
    Fuori aveva smesso di piovere, e ci siamo tenuti la mano mentre camminavamo verso l’auto facendo commenti sciocchi sul film; poi, quando l’abbiamo raggiunta ho fatto una cosa che non so neanche io da dove mi è uscita: ho fatto il giro di corsa tutto sorridente e le ho aperto la portiera per farla salire «Ti amo sai? Ti amo davvero Fausto» ha detto lei guardandomi con occhi, a parer mio, un po’ troppo malinconici visto quanto eravamo felici in quel momento.  Ho guidato piano per tornare a casa perché intanto nell’auto si erano ricreate le stesse condizioni favorevoli di prima, e nel silenzio dell’abitacolo sembrava che potessimo addirittura sentire i nostri pensieri vibrare nell’aria e giocare a rincorrersi.

    Appena entrati in casa lei ha ripreso gli strusciamenti di prima e voleva subito passare al sodo. Anch’io lo volevo credetemi, ma forse sarà stato tutto quel profumo, oppure il film noiosetto, ma insomma… mi era venuto un po’ di sonno e allora le ho chiesto di farmi un caffè; e subito nella mia testa è comparsa la voce «Dai…non lo vedi che la pollastrella ti brama? Lascia perdere il caffè su…» e io ho risposto mentalmente «un caffè veloce, e che sarà mai un caffè? » poi un’altra voce, che si è unita alle nostre «Sì, sì, lasciale fare un caffè. Vediamo che cazzo ti combina questa volta».
    La Sandra mi guardava impaurita, come se le avessi chiesto chissà cosa, e mi dispiaceva moltissimo perché fino a pochi istanti prima eravamo un tutt’uno e io non volevo che avesse paura di me. Ero suo marito, e le volevo un bene dell’anima anche se non era stata molto bene ultimamente.  È rimasta impalata a guardarmi con gli stessi occhi malinconici di prima, poi si è voltata e si è avviata lemme lemme verso la cucina, tutta in ghingheri e profumata per andare a farmi il caffè.
    Io mi sono lasciato cadere sul divano ed ho acceso la tv «ecco… ora vedrai vedrai» ha ripreso la voce «signori per l’amor di Dio manteniamo la calma» ha fatto eco l’altra «sono tranquillissimo. Mi vedete no? Sono tranquillissimo» ho risposto io. Sono passati non so quanti minuti e proprio quando stavo per alzarmi e andare a vedere perché non tornava l’ho sentita arrivare.

    Oddio, a dire il vero sentivo la tazzina che faceva rumore nel piattino di ceramica perché alla Sandra tremavano le mani. Mi è dispiaciuto tanto  vederla in quelle condizioni, ma dopotutto che le avevo chiesto? Un caffè Cristo Santo! Un misero caffè. L’ha posato sul tavolino in vetro davanti al divano e ha fatto per andarsene «Fermala! » ha urlato la voce «Falla rimanere, vediamo cos’ha da dire la scema» l’altra voce ha tentato una mediazione «Signori» ha tuonato con voce ferma e autorevole «visti i precedenti io sarei portato a dire che, considerata  la significativa ricorrenza odierna,  ma soprattutto (aggiungerei)  le cause sciocche che scatenano gli episodi…» «siediti amore» le ho detto invece io estremamente calmo «prendo questo caffè e  sono subito da te» l’ho presa per un polso e l’ho invitata a sedersi accanto a me.

   Ho portato la tazzina alla bocca, ho ingoiato a fatica un sorsetto, poi con un manrovescio assestato come si deve le ho aperto il labbro superiore; bisogna dire che la Sandra ha dimostrato non poco coraggio: l’ultima volta le ho detto che se scappava ne buscava ancor di più e infatti non ha cercato di fuggire, è rimasta lì con gli stessi occhioni malinconici a guardarmi e a mugolare appena «Visto? Visto? Cosa ti avevo detto? Te l’ha bruciato! Lo fa apposta! » urlava la voce nella mia testa «Guarita un cazzo! È matta, MATTA! Neanche un caffè decente…» e aveva ragione, cazzo se aveva ragione. Era quella la donna che avevo sposato? Una stronza incapace di fare qualsiasi cosa? L’altra voce ha provato come sempre a sistemare le cose «Io credo che faresti meglio a uscire per fare due passi, le premesse non rispecchiano certo le…» una parlava da una parte, l’altra rispondeva dall’altra, e io preso nel mezzo a quel frastuono che mi sembrava d’impazzire. Ho tentato di buttarle fuori giuro, con tutto me stesso, di farle uscire dalla mia testa… ma poi è come se fosse scattata una molla da qualche parte e il resto è venuto praticamente da solo.

    Ero già balzato in piedi di fronte a lei che cercava di ripararsi la testa in qualche modo, quando nel cervello mi è esploso fortissimo un odore di bosco, di pino e faggio, di terra umida; e allora mi sono sentito come un cavallo lanciato a folle velocità nella bruma del mattino, col vapore che mi usciva dalle narici spalancate. Poi odore di mare mosso, di cavalloni e schiuma, e io prendevo sempre più velocità, con le zampe che mordevano il terreno e i muscoli del petto tesi all’inverosimile, nitrivo e scuotevo la testa che era un piacere. Godevo cazzo, godevo come un pazzo, finalmente a contatto con quella natura che devo sempre tener nascosta.  L’ultima cosa che ricordo è il caffè bollente che atterra sul bel volto di mia moglie, poi tutto si è fatto buio intorno a me ed è stato in quel momento che mi sono letteralmente staccato da terra e ho iniziato a volare; leggero come una piuma, potente come un Dio.






   



   

   

   


mercoledì 26 novembre 2014

La veggente








«Dicono che riesce a leggerti il futuro senza che tu apra bocca praticamente. Basta che ti guardi un attimo e ha fatto»

«Ma finiscila per favore» rispose lui «Ti pare possibile? Eppure non sei come le tue amiche! Dai Emma, per l’amor del cielo»

«Senti Frank, tu la conosci Meredith no? Ti sembra una che le spara grosse? Non direi no? »

«Io non ho nessuna intenzione…»

«Invece ci andrai perché dobbiamo assolutamente fare qualcosa entro i prossimi tre mesi e abbiamo bisogno di pianificare alla perfezione ogni mossa»

«E quindi adesso ci affidiamo alla magia? È così che d’ora in poi decideremo come fare le cose? »

«No Frank, soltanto questa volta. Cristo, hai visto l’estratto conto di questo mese no? Se accetti quel trasferimento prendi una decisione cruciale.  Inoltre…» Emma rimase un po’ con lo sguardo posato sul tappeto come se fosse sul punto di dire qualcosa di davvero importante «Be’, io dico che dovresti proprio andarci, sai? » concluse invece, succhiandosi in dentro le guance e corrugando le labbra senza aggiungere altro.

    La primavera aveva acceso i colori tutto intorno la statale 89. L’ultima volta che l’aveva percorsa era stato a Novembre, pioveva e faceva freddo. La scansione del tempo per lui ed Emma si era interrotta a Gennaio, quando avevano ricevuto la lettera dell’azienda nella quale si enfatizzavano i vantaggi legati a un suo eventuale trasferimento a Portland; scansione che poi si era sciolta lentamente in una densa, impenetrabile, cortina di pensieri e preoccupazioni che avevano tenuto compagnia a lui e sua moglie fino ad oggi: cinque mesi sospesi in una bolla invisibile nella quale avevano galleggiato in compagnia di bollette scadute, falsi sorrisetti rassicuranti e silenziosi abbracci accompagnati da profondi sospiri,  molto più frequenti e lunghi del solito.

    La casa della maga – in realtà il termine esatto era “veggente” persona che “vede” aveva trovato su internet - si trovava fuori città di un buon quindici chilometri. Per raggiungerla dovette lasciare la statale 89 all’altezza del bivio per Irchenville e poi arrampicarsi su per la route 16 finché il navigatore non gli disse che era arrivato. Era verde, disposta su due piani, con quattro finestre sopra e due sotto. Il giardino intorno era perfettamente curato, e a intervalli regolari zampilli d’acqua venivano sparati per aria dagli irrigatori temporizzati nascosti sottoterra. Aveva un gran mal di testa, forse avrebbe fatto bene a scolarsi per intero  il thermos di caffè che Emma gli aveva preparato quella mattina, prima di suonare il campanello.

«Non lo voglio Emma» le aveva detto allontanandolo da sé con una mano.

Ma lei aveva piagnucolato «Prendilo per favore, magari ti viene sonno durante il viaggio»

«Viaggio» aveva ripetuto lui storpiando di proposito la parola «sono appena quindici minuti d’auto» alla fine l’aveva preso, giusto per farla contenta, con l’intenzione di svuotarne a terra la metà prima di rientrare.

    Aprì la portiera e scese dall’auto. L’odore dell’erba tagliata di fresco non bastò a mutare il suo stato d’animo e percorse i pochi passi che lo separavano dal campanello con addosso una vaga e indefinita sensazione di malessere generalizzato.  Sorrise davanti alla targhetta “Morg Hana” domandandosi in che razza di situazione si stava infilando, ma poi pensò a  Emma che ci teneva così tanto e suonò.

    Quando uscì, ventisette minuti più tardi, il mal di testa era scomparso, per lasciare il posto a una sensazione che non era di sgomento come avrebbe dovuto essere date le circostanze, ma di profonda tranquillità. Rimase a lungo sulla soglia con lo sguardo puntato sul grande prato davanti alla casa della maga riempiendosi i polmoni con quel buon odore di natura recisa, fresco, friabile, affettuoso come la mano di suo padre che gli passava sulla testa appena avevano finito di tagliare insieme  l’erba nel loro giardino e restavano immobili a osservare soddisfatti l’opera appena compiuta. Lanciò sovrappensiero le chiavi dell’auto in aria, una, due, tre volte “Ironico davvero… “” pensò, poi prese un lungo respiro e si  avviò verso l’automobile.

    Il cielo, azzurro come non mai,  gli fece pensare alle cartoline che suo fratello inviava loro  due volte l’anno dalla Florida, piene di gente sana e spiagge che si allungavano a  perdita d’occhio. Il calore del sole gli carezzava tutta la parte sinistra del corpo attraverso il finestrino dell’auto mentre scendeva la route 16 per andare a imboccare di nuovo la statale 89 che l’avrebbe portato a casa in meno di quindici minuti.  La mano senza preavviso partì verso il vano porta CD,  e in men che non si dica si ritrovò a cantare a squarciagola le vecchie canzoni dell’adolescenza, battendo il ritmo con i palmi delle mani sul volante. Era un vero peccato che a sua moglie quelle canzoni non fossero mai piaciute, che preferisse il silenzio quando erano in auto. In breve l’auto si popolò di facce e voci, risate e urla di compagni d’università con i quali aveva percorso insieme un breve e stupendo tratto di vita spensierata, che però aveva sempre tenuto nascosta a Emma; come se lei, una volta messa a conoscenza del giardino segreto dove lui conservava ancora intatte le poche emozioni passate, avesse il potere di mandarle in frantumi con uno dei suoi urletti striduli o con una di quelle risatine sciocche e ammonitorie che gli riversava addosso ogni volta che lui cercava di fare di testa sua.   

    Si accorse che stava rallentando dopo aver letto il cartello che indicava 1 chilometro al bivio per Irchenville. A quella velocità sarebbe arrivato a casa in meno di sei, sette minuti, mentre avrebbe voluto poter continuare a guidare per sempre, stando ben attendo a non infrangere con il minimo movimento quello stato di beatitudine che si era creato all’interno dell’abitacolo; soltanto lui e i suoi vecchi amici e i cd: avanti, per sempre!  Tuttavia giunto al bivio dovette fermarsi per forza; si accorse allora che, seppur ancora lontana, a est, un’ombra scura aveva già iniziato a mordere il cielo sbriciolandolo in tonalità di azzurro sempre più denso via via che scendevano giù fino a fondersi con la terra da qualche parte dietro le colline. Una lama fredda gli si posò sul braccio là dove fino a pochi istanti prima indugiava sornione il sole quando una nuvola solitaria l’oscurò all’improvviso. Subito dopo aver imboccato la statale diretto verso casa spense lo stereo e percorse gli ultimi chilometri immerso in un silenzio siderale.

Emma l’aspettava sulla porta «Dio mio Frank! Iniziavo a preoccuparmi. Quanto ti ci è voluto? Sei stato via quasi due ore»

Controllò  l’orologio «Un’ora e trentasette per la precisione»

«Sì, ma insomma. Avevi detto quindici minuti ad andare e… ma non l’hai neanche toccato? » chiese sciaguattandogli nervosamente il thermos del caffè davanti agli occhi «Ho sentito che sta arrivando un brutto temporale e iniziavo a preoccuparmi che… dai vieni entra, vieni Frank racconta» disse prendendolo per una mano «Racconta avanti, com’era? Mi hanno detto che è anche bella, è vero? Hey… non è che hai fatto tardi perché… ma che hai? Perché sei così silenzioso? »

«Povera Emma» disse lui accarezzandole la guancia col dorso della mano «povera la mia bambina» ripeté piano «tutto il nostro preoccuparci, per tutto questo tempo…»

«Ma che dici eh? Che hai? Dio mio Frank, mi fai paura così»

«Siediti amore mio. Siediti per l’amor del cielo» disse indicandole il divano, e attese che lei lo facesse prima di iniziare a raccontare.

lunedì 3 novembre 2014

Granelli




L’altro giorno, il più grande dei miei ragazzi, entra nella mia stanza e fa: «La nostra linea ADSL fa schifo! Ci vogliono più di quattro secondi per scaricare una canzone. L’ho calcolato, e sto parlando di una canzone che pesa poco eh… sui 3 mega. In America bastano 0,6 secondi per scaricare la stessa canzone»
«E io che ci posso fare scusa? » ho risposto «È la fibra ottica della Telecom, credo che tutti i gestori usino quella»
«Sì ma ti rendi conto? 0,6 contro 4 secondi. Anche quando gioco Online arrivo sempre un mezzo secondo più tardi. Mi ammazzano tutti! Il mio ping va alle stelle e poi…»

E mentre questo povero, piccolo, cucciolotto indifeso, così brutalmente esposto a tutti i problemi del mondo elencava una serie impressionante di buoni motivi per cambiare gestore telefonico, a me è venuta in mente una cosa. Così, come sempre più spesso mi accade con l’andare degli anni, una di quelle bollicine contenenti le emozioni più profonde che via via mi hanno toccato nel corso degli anni, si è staccata dal fondo e ha preso a salire su, sempre più su, fino a ridivenire il ricordo concreto di una settimana spettacolare.

    Avevo tredici anni ed ero un ragazzetto normalissimo. Un po’ più basso della media ma in compenso dotato di uno smisurato amore per la musica. Non possedevo dischi miei perché fino a quel momento quelli di mia sorella più grande mi erano bastati, ma già da un pezzo sentivo che il momento per spiegare le ali e spiccare il volo verso l’autonomia musicale stava per arrivare.

    Quando esposi alla mamma il piano lei non diede impressione di essere né entusiasta né contrariata, mi chiese soltanto di quanti soldi avevo bisogno; il suo pragmatismo smontò un po’ la vertigine di euforia sulla quale si erano arrampicate le mie emozioni, ma con calma, ripensandoci, lo considerai un riflesso incondizionato degli adulti quello di non provare più eccitazione per nulla. L’unica sua raccomandazione fu di andarci il sabato pomeriggio perché non avevo scuola. Era appena Martedì.

    Passai il resto della settimana immerso in uno strano liquido viscoso, da dentro il quale mi giungevano ovattate le parole dei professori, le risate degli amici, perfino i programmi televisivi. Tutte le cose che solitamente per me erano meritevoli d’attenzione, non avevano più gusto, avevano perso tutto il peso e la loro sostanza. La mia mente era occupata da un unico pensiero: sopravvivere fino al sabato e andare in centro a comprare quell’album, il primo della mia vita.

    E finalmente il sabato arrivò davvero. Ricordo che quella mattina, a scuola, passai tra le lezioni senza praticamente toccare terra, avvolto in un’euforia assurda che mi solleticava di continuo la nuca. Chiacchierai con tutti, svolsi alla perfezione e senza fatica ogni compito che mi affibbiarono, e durante la ricreazione segnai anche un paio di goal nel cortiletto asfaltato dove giocavamo a pallone e ci graffiavamo di continuo le ginocchia senza lamentarci. A pranzo scambiai addirittura qualche parola con le mie sorelle; insomma, ero al settimo cielo, e gli altri sei non avevo neanche fatto in tempo a vederli tanto sgusciavo via leggero.

   E poi venne l’ora fatidica, quella della partenza. La mamma mi mise in mano 5000 Lire e disse che voleva il resto; quindi, calcolando il costo del biglietto dell’autobus e quello dell’album, sarei dovuto tornare a casa con in tasca non meno di 1000 Lire. La vita mi sorrideva. Credo che potrei ricordare, se volessi, alla perfezione ogni istante successivo: la camminata fino alla fermata dell’autobus, la corsa(della quale benedissi ogni istante poiché grazie al bus a due piani mi trovavo a un’altezza diversa rispetto ai comuni mortali che smoccolavano e suonavano il clacson laggiù in basso, e quell’altitudine ovviamente rispecchiava alla perfezione quella del mio stato d’animo) lunga e rumorosa: la camminata successiva per le vie principali del centro, con le gambe che via via prendevano velocità senza che io lo volessi, ma che tuttavia non riuscivo a tenere a freno. Le luci in lontananza, l’insegna del negozio, e io che entro col cuore che sembra lì lì per scoppiarmi nel petto. E poi le dita che sfiorano l’album  intrappolato in un lembo di cellophane e pronto per seguirmi a casa, come il migliore degli amici.

    Ricordo il volto adulto e annoiato del cassiere, che prese in mano il disco e lo rigirò per leggere il prezzo. Non mostrò nessun interesse per la scelta che avevo fatto, non condivise con me una strizzatina d’occhio compiacente, o un sorriso complice come invece mi ero aspettato, anche in quel caso attribuii la sua non-reazione a quell’orribile vizio che avevano le persone anziane di non emozionarsi davanti a niente. Tutto doveva essere terribilmente piatto quando si arrivava a quell’età, ma per fortuna io avevo ancora un bel po’ da fare prima di arrivarci, e ciononostante provai pena per lui e la sua vita senz’altro noiosa, mentre la mia spumeggiava di felicità.

    Il viaggio di ritorno, la completa mappatura di ogni centimetro della copertina, l’atmosfera di mistero che usciva da quella fotografia stampata sul cartone del quale potevo soltanto intuire l’odore, l’enorme dilemma: scartare adesso oppure aspettare di essere in casa? La corsa folle a tutta velocità una volta sceso dal bus, e finalmente la mia cameretta, il mio stereo.

    Tolsi con cura il cellophane che riposi come la reliquia di un Santo sul letto, ben deciso a conservarlo. La copertina emanava l’odore che mi ero immaginato di fiordi Norvegesi, alture Irlandesi, sconfinate pianure Americane… E poi la punta della testina che finalmente tocca il vinile, e poi… e poi… poi qualcosa non andava. L’emozione non si moltiplicava al quadrato, non demoliva le leggi della fisica conosciuta spandendo la sua luce a ritroso fino al momento della creazione, anzi, tendeva ad afflosciarsi, come se quella musica improvvisamente fosse diventata un accessorio, un qualcosa di troppo “concreto” che con la sua concretezza andava a insudiciare la vera magia che invece l’aveva preceduta.

    Allora compresi, alla tenera età di tredici anni, che tutta la magia sta nell’attesa che avvolge certi eventi speciali, nei momenti che li precedono. La vera emozione era filtrata via attraverso una clessidra che avevo riempito con i miei sogni, con l’aspettativa, con la spasmodica attesa, sbriciolandosi in sabbia finissima che era scivolata giù, fino all’ultimo granello, tenendomi compagnia per ben cinque giorni.

«Oh babbo, ma mi ascolti? 0,6 secondi cazzo! Capito? »
«Sì, ho capito. Dover aspettare 4 secondi mentre quello la scarica in 0,6 è davvero terribile» ho risposto, dispiacendomi sinceramente per lui come solo un padre che certe emozioni le ha provate può fare, quando capisce che la tecnologia ha vinto l’ennesima battaglia, degradando l’emozione del  fattore attesa alla condizione di  fastidioso problema della connessione.

   


  



martedì 28 ottobre 2014

I vermi





Arrivò troppo presto quella mattina. Gli piaceva arrivare presto, ma quella mattina esagerò decisamente e siccome il cancello era ancora chiuso si infilò nel bar di fronte all’ingresso, dove ordinò un caffè. Il locale era semivuoto, gli unici avventori a parte lui erano due netturbini che stavano chiacchierando ad alta voce con i gomiti poggiati sul banco. Avevano gli occhi semichiusi e l’aria di chi ha appena svolto un compito fondamentale dal quale dipendevano le sorti del mondo intero. Lo squadrarono con interesse mentre gli passava davanti e così facendo sospesero per un attimo la conversazione. Quando uscì, diversi minuti più tardi, interruppero nuovamente la conversazione scortandolo con gli occhi fino alla porta.

    L’aria frizzante del primo mattino gli faceva lacrimare gli occhi. Tirò su al massimo la cerniera del piumino e attraversò l’enorme cancello in ferro battuto, incamminandosi sul lungo viale adornato dai cipressi con le mani infilate nelle tasche del pesante giubbotto. Uno dei guardiani sollevò le sopracciglia vedendolo arrivare, forse per salutarlo, forse per esternare la sorpresa di trovarselo ancora una volta davanti, quindi anche lui si sentì obbligato a rispondere in qualche modo, e lo fece esattamente come l’altro: sollevando le sopracciglia.
    Oltrepassò la dimora barocca dei Modani, sorrise di fronte a quella presuntuosa dei Lenzi, sospirò profondamente passando di fronte a quella dei Cialdini\Positai che un po’ di soggezione gliela metteva sempre per via di quel cognome da stirpe notarile.  Giunto in fondo al lungo viale svoltò a sinistra e prese a scendere giù, in Via delle Rimembranze, spingendo un po’ indietro il busto per controbilanciare l’effetto della ripida discesa.

    Aveva in mente di esplorare una porzione nuova quel giorno, augurandosi che fosse interessante come quella che aveva scoperto la seconda o terza volta che era venuto. Non ne aveva trovate altre così piene di poesia, dense di dolore, di amara consapevolezza. Ma il luogo era immenso e lui di tempo ne aveva da buttare. A metà della discesa dovette fermarsi. Sulla destra vide scale che non aveva mai notato prima. Incuriosito si affacciò sul bordo ma non riuscì a vedere molto poiché dopo una decina di gradini le scale viravano di colpo ancora a destra nascondendo di fatto l’esito della discesa. Sembravano comparse dal nulla durante la notte. Prese a scendere, sorreggendosi con una mano alla ringhiera fredda e rugginosa.  Svoltata la prima rampa, di fronte agli occhi si aprì un piccolo spiazzo isolato da tutto il resto, completamente ricoperto da croci e lapidi sconnesse. Anche il muro che lo delimitava brulicava di facce e storie passate. Provò la solita fitta al cuore che presagiva alle esperienze più intime mentre scendeva gli ultimi gradini con profonda reverenza, e rimase a lungo fermo sull’ultimo, quasi si rendesse conto di essere vicinissimo a compiere una terribile profanazione in qualità di primo uomo a rimettere piede in quel luogo dopo chissà quanto tempo; ma dopo tutto non c’era modo di arrivare dall’altra parte se non calpestando almeno una ventina di tombe. L’ispezione di un quadrato andava eseguita sempre in senso antiorario partendo esattamente dall’ultima di destra, che di solito corrispondeva alle ore quindici sul quadrante di un orologio. Su questo era inflessibile, non poteva visitare un quadrato senza punti di riferimento, gli piaceva l’idea di dare un ordine alla morte.

    La pietra tombale che si trovò davanti non aveva fotografia ed era troppo infarcita di riferimenti evangelici per i suoi gusti. Prima di tutto aveva bisogno di vedere i volti: gli occhi del morto ancora attraversati dalla vita, le labbra serrate in una posa composta, l’imbarazzo così ingenuo e umano che avevano provato trovandosi con tutta probabilità per la prima volta di fronte a una macchina fotografica, e in secondo luogo – ma non in ordine di importanza- aveva bisogno di leggere un dolore che non fosse preconfezionato, non scritto da terzi e perciò buono per tutti, quindi i passi del vangelo con lui non funzionavano. No, lui voleva sentire vibrare nell’aria le parole dei parenti , voleva respirare l’abissale disperazione dei sopravvissuti, mogli mariti o figli che fossero, e cibarsene, immagazzinarla dentro per poi servirsene alla prima occasione.
    Deluso passò a quella successiva. L’erba cresceva impetuosa, di un verde accesissimo, nel minuscolo spazio che le era stato concesso tra il muro e l’ultima fila di tombe, e presto l’umidità prese a insinuarglisi dentro le scarpe. L’accolse con affetto perché se in quel luogo c’era un intruso era senz’altro lui, mentre la natura stava semplicemente facendo il suo dovere. Anche quella tomba non rivelò quasi nulla della persona i cui resti riposavano nel vano ricavato nel muro subito dietro la lapide marmorea. Era morto nel 1888 a quarantasette anni. Niente fotografia, nessuna dedica particolare.  Un nome e un cognome che non dicevano assolutamente nulla della persona che era stata, delle cose che aveva fatto, dei sogni cui aveva cercato di dare corso “Chi è fortunato vive circondato dall’amore dei suoi cari, ma l’ultimo tratto di strada si percorre da soli” pensò, e subito la mano corse al taccuino che si portava sempre dietro, sul quale annotò la frase.
«Io preferisco le altre» disse improvvisamente una voce alle sue spalle.
Non si era accorto della presenza e sobbalzò per lo spavento.
«Mi scusi, non volevo spaventarla» gli disse la donna quando si voltò.
«No, è che non l’ho proprio sentita arrivare. Strano perché qui non vola una mosca»
«Ah, ma io ero già qui. L’ho vista scendere. Si vede che non mi ha notata» rispose lei. Era sulla cinquantina come lui, appena più bassa, con pesanti borse sotto gli occhi. Forse non dormiva da tempo, oppure piangeva molto. I capelli neri a un certo punto si confondevano nel cappotto dello stesso colore e decisamente fuori moda; sul bavero era infilata una grossa spilla che sembrava un leone, oppure un orso, cercò di non fissarla troppo.

«Io preferisco le altre stavo dicendo, quelle più recenti. Queste non mi dicono niente»
«Ah» fece lui fingendo di non capire
«L’ho vista spesso sa? Devo ammettere che qualche volta l’ho anche seguita. Non capisco cosa ci trova in questi vecchi marmi polverosi».
«La morte» disse allora lui, rendendosi conto di essere stato smascherato «La morte era una faccenda seria all’epoca. Vede le facce di questa gente? Si guardi intorno, non ce n’è una che sorrida. Sono tutte serissime. Perfino i bambini. Perché mi ha seguito?» aggiunse poi con noncuranza tornando a voltarsi dall’altra parte.
«Ma che c’entra? Sono fotografie. Le facevano fare a dei professionisti. Costavano care ed erano una cosa seria. L’ho seguita perché pare che dividiamo la stessa passione».
«Ciononostante, io non capisco proprio cosa ci sia da ridere. Lei ama quelle recenti? Quelle a colori piene di sorrisi? Quelle dei primi anni ottanta sono davvero orribili. I colori sono resi in modo artificiale e a volte ci sono degli animali fotografati insieme al morto. Non è una passione la mia, è una necessità».
«Lei non ama gli animali? »
«Sì certo, li amo come chiunque altro»
«Non capisco cosa ci sia di strano a farsi fotografare insieme al proprio cane o al proprio gatto».
«Non c’è niente di strano» disse lui sollevando le spalle «Trovo strano che chi deve decidere quale foto mettere sulla nostra tomba ne scelga una dove non siamo soli. Tutto qui»
«Non la capisco…»
«Non ha molta importanza. Guardi si sta annuvolando, forse dovremmo cercare riparo».
«Quindi lei non la considera una passione? E che passioni ha, sentiamo»
«Io signora faccio già abbastanza fatica a vivere. Non posso permettermi il lusso di distrarmi con le passioni. Guardi questa per esempio» disse inginocchiandosi di fronte a una grossa lapide rettangolare.
«Oddio no. I bambini no»
«Era cosa comune all’epoca fotografare i bambini dopo che erano morti. Ne morivano talmente tanti, sapesse. Le dediche dei genitori parlano sempre di piccoli angeli volati in cielo, un po’ banali forse, ma alcune sono autentiche perle, vera poesia mi creda. Sembra impossibile poter sopravvivere a un dolore simile no? Eppure, basta guardare…» Un tuono cupo e lunghissimo interruppe la sua voce. L’uomo e la donna voltarono all’unisono gli occhi al cielo sentendosi come scolari minuscoli ripresi da un maestro gigante a fare confusione durante la lezione.
«Basta guardare» riprese lui «le date di morte dei genitori subito sotto. Ecco guardi qui: il babbo è morto quasi trent’anni dopo, e la mamma più di quaranta. Sono sopravvissuti a un dolore che in quel momento dovette sembrargli incommensurabile, capisce? Sono andati avanti»
«Non c’è molto altro da fare» rispose lei «uno si arrangia come può. Non a tutti capita la fortuna di morire interi. Si perdono dei bei pezzi per strada prima; si sanguina tutta la vita e si muore un po’ alla volta».
Lui rimase ancora un po’ immobile con lo sguardo posato sul corpicino dal quale era volata via la vita, prima di rialzarsi. «Andiamocene di qui. Sta per arrivare un temporale»

     Giunti in cima alle scalette lei gli posò una mano sul braccio «La prego, mi accompagni un attimo laggiù» disse indicando uno spiazzo in fondo al vialetto in discesa «Non mi va di stare sola oggi. Non ci vorrà molto, devo soltanto salutare una persona».
Camminarono piano senza dirsi nulla perché non c’era nulla da dire, finché non giunsero all’altezza di un enorme quadrato per metà riempito di croci provvisorie e terra smossa. «È morto da tre settimane e io ancora non riesco a non venire ogni santo giorno» disse la donna senza guardarlo negli occhi.
«Tranquilla, passerà» rispose lui senza chiedere a chi si riferisse.
«Torno subito»

    La guardò avventurarsi tra i cumoli di terra rigonfi prestando attenzione a dove metteva i piedi con la chiara intenzione di non disturbare quei sonni eterni appena iniziati. Poi la sua attenzione si spostò su un’escavatrice parcheggiata in mezzo allo spiazzo. Sapeva bene qual era la sua funzione. Si avvicinò con calma. C’erano sei buche già pronte, niente di più normale in un cimitero, ma anche questa scelta opportunistica di portarsi avanti con il lavoro andò a fondersi assieme a quella delle facce sorridenti dei morti del suo secolo, che messe insieme scalfivano la solennità nella quale invece la morte meritava di fluttuare. Su ogni buca era stata adagiata una transenna di ferro per impedire che qualcuno ci finisse dentro.
«Lei è proprio un tipo macabro sa? » disse lei appena tornata, allungando il collo per guardare in una fossa.
«Ha notato che il fondo è in pendenza? »
«In pendenza? »
«Sì, vede? Una parte va più in giù di qualche grado»
«Forse per i fluidi? »
«I fluidi?Forse» disse lui «Perché ride? »
«Niente, una cosa stupida. Stavo pensando al sangue al cervello…»
Ancora un tuono, questa volta più lungo. D’improvviso il cielo si era fatto nero. Come avevano fatto a non accorgersene prima? Un lampo cadde a poca distanza e subito dopo un boato spaventoso esplose vicinissimo facendoli barcollare.
«Mio Dio» urlò lei «Come faremo? »
Erano soli, in mezzo a un enorme spiazzo di terra rivoltata a pochissima distanza dal brulicare sotterraneo dei vermi. Enormi nuvoloni dai contorni indefinibili correvano veloci subito sopra le loro teste, sembrava che fosse sufficiente sollevare una mano per infilarcela dentro. Una ventata tiepida sollevò i capelli della signora che rimasero ritti in aria, come attratti da una forza invisibile verso il cielo.
«Mio Dio» ripeté più forte questa volta piangendo «Che ne sarà di noi? » Chiese, e a lui parve che la domanda non avesse più nulla a che fare con il tempo.  Lei aveva la faccia bianca come il vestitino nel quale avevano avvolto il piccolo morto.
«Non si preoccupi signora» rispose guardandosi intorno. Tra poco la pioggia sarebbe caduta indifferentemente sulle tombe recenti e quelle più antiche, lavando via la polvere dai marmi e nutrendo la terra; predisponendola ad accogliere altri come loro  « Non si preoccupi» disse abbracciandola «Andrà tutto bene, è soltanto la natura che fa il suo dovere» poi la allontanò da sé per guardarla negli occhi e le sorrise con fare rassicurante «Andrà tutto bene» ripeté piano sistemandole i capelli.










   











   

venerdì 12 settembre 2014

Sotto questo spigolo di cielo








Da qualche giorno a questa parte sono costretto (non per problemi miei) a recarmi quotidianamente in ospedale. Arrivo, parcheggio lo scooter e sopraffatto dai pensieri che assillano un po’ tutte le persone quando varcano la soglia di un nosocomio, non ho dato alla mente il tempo di prestare attenzione alla coppia di pini sotto i quali piazzo quasi sempre il motorino.

    Ma oggi sì; oggi è stata davvero una buona giornata, piena di belle notizie, e uscendo rinfrancato si vede che il pensiero si è accordato con lo sguardo permettendomi di farci caso.

    A giudicare dalla larghezza dei tronchi alla base è chiaro che sono stati piantati lo stesso giorno di chissà quanti anni fa, ma uno dei due nel corso degli anni ha preso il sopravvento sull’altro cingendolo in un abbraccio fraterno ma letale; infatti gli ruba la luce essendo più alto, i suoi rami si allungano intrufolandosi tra quelli del gemello soggiogato (che a un certo punto piega verso di lui come chi cerca con la fronte una spalla solida sulla quale piangere) e a giudicare dalle possenti radici che hanno già dissestato il manto stradale in cerca di acqua, è probabile che gli rubi anche quella e che prima o poi finirà col farlo morire.  

    Ma il gigante maldestro non lo sa, e continuerà a strangolarlo  anche quando al fratello inizieranno a tagliar via i primi rami indeboliti, perché la natura non uccide con cognizione o per piacere, la natura quando uccide lo fa per rigenerarsi più forte di prima; agli uomini al massimo spetta l’illusione di averla arginata ma mai la certezza di averla domata, e quell’asfalto bitorzoluto ne è la riprova.

In alto, nascosti tra i rami, sopra le teste e i pensieri della gente, cinguettano nella loro lingua sconosciuta i passerotti; un vocio allegro che rasserena l’animo, un frullare d’ali continuo col quale gli uccellini, ignari di tutto, si giurano di esistere.



giovedì 28 agosto 2014

Che pena morire così, senza esserci conosciuti






Tornando a casa ieri mi sono imbattuto in una di quelle cataste che ogni tanto s’incontrano sui marciapiedi. Solitamente si tratta di vecchi mobili da buttare, frigoriferi, televisori giunti a fine carriera. Le persone chiamano gli addetti alla raccolta e loro gli affibbiano un numero d’intervento che queste devono esporre in cima alla pila di cianfrusaglie. Quasi sempre non passa neanche un giorno prima che, come da accordi, chi di dovere passi a togliere la roba dal marciapiede, ma questa volta non sono stati così solerti, e io, che subito avevo notato una cosa che stuzzicava il mio spregiudicato appetito nostalgico, oggi mi sono fatto coraggio e l’ho presa. Tecnicamente non credo possa definirsi “furto”, insomma… la roba era da buttare, ma ciò non toglie che ho provato un fastidioso imbarazzo quando ho afferrato il telefono semi-seppellito sotto una vecchia sedia imbottita e un abat-jour in ottone, che per qualche misterioso motivo, chi voleva disfarsene, ha avuto cura di avvolgere in alcuni fogli di giornale.
    Il telefono adesso è qui, sulla scrivania accanto al mio computer. Pesa circa un chilo ed è completamente grigio (eccezion fatta per la rotella di plastica trasparente nella quale si doveva infilare il dito per comporre i numeri) di quel grigio burocratico, Fantozziano, che rievoca ricordi belli o brutti a seconda delle esperienze personali. Sotto, sulla piastra di ferro che forma la base c’è impresso a fuoco “Proprietà Sip” accanto è recato il numero di matricola che è il 9263 mentre poco sotto, sempre marcato a fuoco, si parla di un fantomatico “collaudo sintetico N.23”.
    Il numero che si doveva comporre per farlo squillare, e quindi raggiungere gli inquilini dell’appartamento dove il telefono svolgeva le sue funzioni è il 293280 (all’epoca di appartenenza dell’apparecchio non si doveva comporre il prefisso per chiamare un numero della stessa città), i numeri sono scritti a penna con una certa eleganza su un cartoncino bianco protetto da una placchetta di plastica trasparente.
     L’ho pulito con alcool e cotone, perché così mi hanno insegnato a fare da piccolo per disinfettare le cose, come quando tornavo a casa con una sbucciatura, oppure un taglio, o comunque qualcosa che richiedesse l’intervento della mamma e della malefica soluzione puzzolente, fredda, dal colore inequivocabile, e dal bruciore che ogni volta pareva infrangere e oltrepassare una nuova barriera nella scala dei valori imputabili al dolore. E più l’alcool bruciava al contatto con la parte di corpo malconcia, più la mamma annuiva soddisfatta, e col piglio distante del dottore consumato alla fine diceva «così impari la prossima volta»  ma io so che sotto sotto soffriva almeno quanto me.
    Mia moglie poco fa è entrata nella stanza, ha guardato il telefono sulla scrivania poi ha guardato me «E quello? » Ha chiesto cercando di mostrarsi incuriosita e tranquilla al tempo stesso, perché con gli uomini di mezz’età non si sa mai dove vanno a parare con le stramberie «E’ un telefono» ho risposto «Sì lo vedo che è un telefono» ha detto avvicinandosi. Ha sollevato la cornetta portandosela all’orecchio ed è rimasta un po’ ad ascoltare il nulla cosmico pensando fosse la cosa giusta da fare in quel momento «Era nella catasta dei Meggiorini, giù sul marciapiede» ho detto, perché qualche spiegazione dovevo pur darla. Poi lei ha rimesso a posto la pesante cornetta che ha fatto produrre al telefono un piccolo “din” e dopo aver finto di mettere a posto qualcosa alle mie spalle, in silenzio, ha lasciato la stanza.
    Così l’ho fatto anch’io. Mi sono portato la cornetta all’orecchio e mi sono messo in ascolto. Chissà quante gioie, lacrime, dolori, saranno passati attraverso questo microfono ho pensato, cercando di entrare in sintonia con l’apparecchio, quanti invece ne saranno arrivati dall’altoparlante. Ma quel giochetto non mi ha regalato nessuna emozione, il telefono non ha parlato, o forse, da devoto servitore della famiglia Meggiorini non ha voluto svelare a uno sconosciuto i suoi segreti.
     Così mi sono messo a giocherellare con la rotellina che serviva a comporre i numeri.  Ed ecco che, come per magia, quel gesto ha fatto rispuntare uno a uno vecchi numeri che credevo di aver dimenticato una volte per tutte. Come quello degli zii del paese vicino, i quali un destino crudele aveva marchiato con un numero che iniziava con l’8, che lasciava immediatamente intendere la loro natura di campagnoli. Ho fatto andare la rotella che ha prodotto quel rumore strano e inconfondibile, simile a un suono: meccanico sì, ma anche armonioso, concreto e affettuoso, perfetto e crudele come un raschino passato direttamente sul mio cuore sempre affamato di ricordi. Ho composto il loro numero fino alla sesta cifra. Il bello di quei telefoni era che si poteva esitare, si poteva sfruttare la loro mancanza di intelligenza ed essere umani, fermarsi senza il coraggio di comporre l’ultimo numero;  lasciar perdere in poche parole. «Sono tutti morti» ho pensato «che senso ha proseguire? »  Poi mi è balzato in testa il primo numero che ho imparato a memoria, quello di casa della nonna: 55193.
    All’epoca si viveva tutti insieme, non so il motivo, suppongo che i miei non avessero soldi a sufficienza per potersi comprare una casa loro, ma a sei anni chi se le pone certe domande? A quell’età si gode di gioie minuscole a getto continuo, e pascolando protetti nel recinto dell’infanzia non si ha tempo per fare altro che aspettare col cuore in allerta un’altra piccola gemma di felicità da aggiungere a quelle che formano e colorano quel fantastico mondo fatto di sogno. Fatto è che ho vissuto in quella casa fino al termine della prima elementare, di questo almeno sono sicuro.  Così ho iniziato a comporre il numero che già migliaia di altre volte avevo composto, ma che credevo di aver dimenticato da quando sono entrati in commercio i telefoni che ricordano tutto al posto nostro.  
    E già dopo i primi due numeri (55) che, in rapida successione riproducevano esattamente lo stesso suono, occupando lo stesso spazio temporale necessario alla rotellina per compiere il tragitto di andata e ritorno, è stato come se vedessi qualcosa muoversi nel salotto della nonna, sul divano “importante” quello dove si ricevevano gli ospiti nei giorni delle feste comandate.
    Poi ho composto l’1. Breve, incolore, quasi senza suono, impaziente di svolgere il proprio dovere e tornare a riposare. Nella stanza della vecchia casa intanto, ho immaginato che da dietro la tenda dell’unica finestra avessero iniziato a filtrare dei raggi di sole, che colpendo l’enorme credenza coi tre cassettoni in noce massiccia (molto più alta di me all’epoca, simile nelle mie fantasie a un enorme grattacielo di legno posto nell’angolo di sinistra subito dietro una poltrona spaiata al divano) sarebbero tornati  indietro disintegrando le ragnatele appese agli angoli delle pareti, illuminando a tratti e con sempre maggior intensità la stanza dove via via la polvere accumulata nel corso degli anni di abbandono si sarebbe sollevata in aria e infine sarebbe scomparsa come per magia, restituendo alla mobilia e alle suppellettili il loro splendore originario. 
    Poi è toccato al numero 9. Per comporlo si doveva far compiere più di mezzo giro alla rotellina, e si poteva quasi vedere, attraverso la crescente resistenza prodotta dalla rotellina stessa, quale sofisticato meccanismo di molle, elastici e chissà quali altre diavolerie d’ingegneria primitiva fossero necessarie a far sì che una volta raggiunta la posizione desiderata il numero fosse effettivamente conteggiato per la composizione.
    Nella stanza ormai inzuppata di luce avrebbe poi preso ad aleggiare il buon profumo di fiori che la nonna curava con maniacale disposizione, e io, seminascosto dietro una cortina fumosa, d’ampiezza siderale, composta da un’infinità di anni da uomo maturo, ho visto chiaramente avvicinarsi il momento in cui, annunciato dal rumore inconfondibile  della sua lambretta (proprio a scoppio era quel motore) avrei sentito tornare a casa il nonno per il pranzo; che avrebbe parcheggiato come sempre sotto la nostra finestra, che poi l’avrebbe spenta girando in senso antiorario la chiave infilata sul manubrio, e, nel silenzio creato dall’improvvisa scomparsa di quel trambusto osceno, avrei sentito tendersi la molla del cavalletto che come sempre avrebbe pigiato in giù col piede destro (dopo aver girato non senza difficoltà intorno alla lambretta, invece che, come più logico, scendere direttamente dalla parte sinistra) per sollevarla.
Il numero 3 è stato un baleno. Non ho esitato, troppo curioso ormai di vedere come andava a finire. Ho infilato il dito e l’ho fatto andare senza indugi. 
    Ed eccomi lì: piccino piccino, proprio io, portatore sano di un allegria spensierata, sul divano con i piedi penzoloni a un buon dieci centimetri dal pavimento e la bocca semiaperta a guardare la televisione. Accanto, silenziosissima nella sua devota operosità, la nonna stava facendo l’uncinetto con quell’espressione sul viso di presunta rilassatezza che sempre si faceva venire per darsi un’aria d’eleganza quando svolgeva quell’attività. Era una scena reale, vissuta tanti anni prima, della quale il mio animo di bambino aveva perso ogni traccia. Ma si sa, l’animo umano ha mille sfaccettature e questa scena di ordinaria serenità infantile dev’essere sfuggita alla ragnatela dei ricordi poco rilevanti, per cadere giù, nel profondo, figlia di quel benessere schietto e genuino che ci colpisce solo quando si è ancora molto piccoli e in balia dell’amore che tutti ci versano addosso senza economie, fino a toccarmi nell’intimo primordiale, dove riposano immutabili le emozioni che ignari conserviamo a uso futuro.
    C’è stato poi un tempo indefinito dopo che ho terminato di comporre il numero, direi circa una ventina di secondi, durante il quale non è successo assolutamente nulla;  suppongo il tempo necessario perché la combinazione di numeri composti percorresse a ritroso e a tutta velocità le quattro decadi che lo separavano dalla stanza nella quale si stava svolgendo l’azione. Poi il telefono ha squillato nel corridoio della vecchia casa, (dove viveva appeso a un muro e a una discreta altezza) un suono acuto, fastidioso, l’unico disponibile, e soltanto in quel momento ho ricordato con dolorosa perfezione quello che sarebbe successo dopo.
    Mi sono visto balzare di corsa giù dal divano schivando per un soffio la presa della nonna, che agitando con furia cieca il braccio sinistro ha cercato di acchiapparmi per la collottola; non voleva infatti che né io né le mie sorelle si rispondesse al telefono di casa sua; doveva essere un adulto a farlo perché il telefono era una cosa seria non un giocattolo. Ma come resistere a sei anni? Come si fa a non provare un brivido sottile  a quell’età nell’infrangere una legge così chiaramente espressione di un eccessivo autoritarismo adulto, la cui infrazione per giunta non portava a nessuna punizione corporale? Al massimo si arrivava a una fiacca reprimenda da parte della mamma alla quale si rispondeva con un sì mogio mogio e poco convinto.
   Le gambine secche ma tenaci, piene di lividi e sbucciature mi hanno portato quasi volando sotto l’apparecchio. La nonna intanto inveiva e prometteva ritorsioni indicibili se mai avessi osato rispondere, la sentivo urlare dall’altra stanza mentre a fatica stava ancora tentando di alzarsi dal divano. Ho acchiappato la seggiola impagliata a mano che tenevamo nel corridoio e dopo averla messa sotto il telefono ci sono salito sopra per arrivare alla cornetta, e portandomela all’orecchio ho detto: «Pronto? Ciao! » Come facevo ogni volta senza chiedere “chi parla”, gettando in pasto a chiunque i mei fantastici sei anni e la mia amicizia incondizionata; e mi sono visto rimanere un po’ così: deluso ma incuriosito, in punta di piedi, ad ascoltare  il nulla.  



venerdì 15 agosto 2014

Un dolore appagante







Nel 1978 avevo una fidanzatina. Una ragazza di La Spezia che avevo conosciuto al mare vicino Viareggio e che fu subito molto chiara con me: il nostro rapporto doveva limitarsi a qualche sporadico bacio a suo esclusivo comodo, ma soprattutto, doveva rimanere segreto. Spesso la domenica mattina partivo da Firenze con la corriera in direzione mare, con l’ingenua e ridicola convinzione che una certa frase pronunciata da lei a un’amica (che poi mi veniva riferita), circa una sua probabile presenza quel determinato giorno in spiaggia, avesse il valore di un appuntamento indirizzato a me, accentuato dal crisma prelibato della segretezza.
Quindi, di solito, mi ritrovavo tutto solo al mare, senza il becco di un quattrino in tasca a deambulare nei pressi dello stabilimento balneare dove l’avevo conosciuta in attesa di vederla comparire. (cosa che non è mai accaduta) E restavo lì tutto il giorno, determinato ad aspettarla fino all’ultimo secondo utile, quello in cui la corriera diretta a Firenze sarebbe sbucata dal fondo del viale, chiudendo in modo definitivo le imposte su quella che, sbagliando in modo clamoroso, avevo predetto sarebbe stata una giornata magnifica.
Quei ripetuti fallimenti non mi hanno certo impedito di ripetere altre cento volte la stessa identica follia e l’andirivieni proseguì per buona parte dell’estate, infruttuoso e ridicolo quanto si vuole ma “benedetto”, perché, come ho compreso solo molti anni più tardi, era proprio da quei fallimenti che tiravo  fuori la nota che mi faceva palpitare il cuore. Infatti, ogni volta che salivo sulla corriera di ritorno, abbacchiato e stanco, percorsi pochi chilometri già montava in me inarrestabile la voglia di ripetere il viaggio la domenica successiva.  Sì, appunto “benedetto”, perché il viaggio di ritorno mi dava il tempo necessario per comporre a mente le poesie che le avrei recitato una volta acciuffata la possibilità di passare qualche ora solo con lei, di trovare interessantissimi spunti di conversazione, e perché no, anche di buttar giù una bozza sommaria di quello che sarebbe diventato il discorso ufficiale quando le avrei chiesto di sposarmi.
E più soffrivo per quell’amore non corrisposto, abbandonato sul marciapiede di un viale a mare, più stavo bene, perché giù, nel profondo, sapevo di essere nel giusto. Sentivo che un giorno sarebbe stata lei quella a cui sarebbero sorti i dubbi, magari anche molto più tardi, tipo dieci o vent’anni dopo diciamo, sarebbe stata lei a domandarsi se per caso non si fosse lasciata sfuggire la grande occasione, di essere stata così vicina al “vero amore” e di esserselo lasciato sfuggire di mano come a un bambino vola via un palloncino, poiché reputavo impossibile che un amore di tale portata (com’era  il mio) potesse rimanere confinato nello spazio di un solo cuore, il mio appunto, ed ero convinto che ovunque si trovasse in quel momento lei lo sentisse proprio come glielo avrei raccontato io, se solo l’avessi avuta vicina.  Amavo l’amore che sentivo, più di quello che mi veniva offerto, e questo bastava e avanzava a quel ragazzetto per sentirsi dentro già a quattordici anni tutti i sogni del mondo.
Quando rientravo a casa la sera trovavo la mamma ad aspettarmi in corridoio. «Com’è andata? » domandava, con la faccia in bilico tra il vero interessamento e la canzonatura per quel figlio il cui cuore era partito al galoppo «Tutto bene» rispondevo come sempre, con voce tetra e priva d’emozioni cercando di sgusciare in camera mia prima possibile. Passandole accanto, spesso vedevo i suoi occhi velarsi di qualcosa mentre mi sorrideva con tenerezza piegando la testa da una parte, io allora le lasciavo giusto il tempo per stropicciarmi un po’ i capelli prima di scomparire.

lunedì 23 giugno 2014

Il sospiro del ricordo









Due strade messe in croce dalle quali si godeva di un panorama sterminato sul nostro futuro. Non un semplice crocicchio messo lì a farci credere che si potesse sognare di diventare qualcuno, ma piuttosto il riassunto di un’ambientazione futurista portatrice di essenze immacolate e speranze senza precedenti. Potevi appostartici verso le due o le tre del mattino, protetto dalla caparbia copertura dei tetti, e sentire i muri di quegli edifici respirare; letteralmente!  Un ronzio lento, continuo, rassicurante.
    Ti pareva di cogliere nell’aria i residui dell’ultima discussione tra la Franca e suo marito, che parlava sempre del figlio come di un brutto temporale abbattutosi all’improvviso su un’interminabile parata di giorni pieni di sole. Oppure, due piani più in alto, il respiro affannoso di Maria, che ormai da tempo aveva imparato a piangere senza fare troppo rumore per via di quel fidanzatino così poco concreto che tanto la faceva dannare. I sogni di Alessandro, che nessuno di noi capiva per davvero cosa volesse fare da grande, ma tant’era la determinazione nel raccontarceli che non c’era da dubitare sul loro coronamento. E poi c’era la Giulia, Alessandro, Andrea, Luca, la Giada, Marco; un microcosmo brulicante di vita, vigoroso e insaziabile, così com’erano all’epoca i cuori di chi ne faceva parte: spavaldi e increduli, di fronte a quel paradiso accaduto un po’ troppo presto perché i nostri animi ancora in costruzione potessero assaporarlo fino in fondo.
    Quando mi capita di passarci adesso, sento sulle spalle il peso ammonitorio di finestre che non mi riconoscono, evito di sollevare lo sguardo per non vederci incorniciato dentro qualcuno che non dovrebbe stare lì, che non ne ha il diritto. Poco più avanti, andando verso il viale, dove la vita per noi terminava, si sbriciolava, e infine confluiva in miliardi di rivoletti insignificanti che non erano più nostri, c’è ancora il giardinetto sulla destra. La natura si è presa la panchina sulla quale sedevamo ogni sera, l’erbaccia ha azzannato i nostri calci al pallone, e i graffiti sui muri che lo circondano parlano di storie che non sono più le nostre.
    Ma io so che i muri degli edifici che formano il crocicchio conservano intatto il ricordo, custodiscono gelosamente la memoria di chi eravamo, hanno assorbito le nostre risate, le nostre urla di felicità, lo scotto delle prime delusioni d’amore; l’amarezza consapevole di chi per primo se ne andò, vergando la parola fine su una storia che pensavamo non dovesse finire mai. Persiste in loro immutato il ricordo, di un’opera grandiosa, andata in scena per pochi adolescenti.