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mercoledì 26 febbraio 2014

Il tempo confonde i tuoi contorni





«Ti spiego» e detto questo se ne partiva con una di quelle palle tediose che non andavano mai da nessuna parte. Di sicuro la persona meno indicata per dare spiegazioni, era capace di tenerti anche mezz’ora lì, nel vano tentativo di mettere insieme un qualche concetto sensato, qualsiasi cosa si potesse definire frutto della logica, per poi finire sempre lì; naufrago in mezzo al mare delle sue stesse parole. Un incapace, ma senza la modestia che almeno si richiede loro. Una nullità piena di boria; ecco cos’era.  Quando Enzo mi chiamò per dirmi che sarei dovuto andare con lui a proporre i nuovi prodotti su a Chiasso gli dissi «Cazzo no. Non puoi mandarmi fin lassù con quello»

«Perché? Poverino dai, è simpatico. Vi fate un bel viaggetto. » rispose con la voce velata dall’ironia

«Non lo sopporto. E’ una testa di cazzo. Mi spiega sempre tutto» sentii che rideva dall’altra parte, anche se cercava di non farsi sentire «Dammi Luca, dai» dissi allora cercando di farla sembrare una supplica  «Almeno lui non dice mai nulla, sembra morto, e se ti guarda lo fa solo per ascoltare»

«Luca è in Ungheria. Senti, Gianni…» iniziò quello che sembrava dover essere un bel discorso conciliatorio ma poi, o perché non si ricordava cosa stava per dire, o perché gliene mancò la voglia lo tagliò subito. «Allora mi raccomando, portatemi almeno tre contratti firmati. Lascia parlare lui allora, se è così bravo a spiegarle le cose» terminò la frase con la voce rotta dal ridere e riattaccò.

Partimmo un venerdì mattina infradiciato da una pioggerella insignificante. In cielo borbottavano in continuazione tuoni senza pretese e l’asfalto, quando il sole riusciva a bucare l’abbraccio di nuvole, risplendeva lucido come l’interno di una conchiglia. Mi sorbii almeno un’ora di musica anonima, che il mio compagno di viaggio sembrava scegliere in base al colore delle auto che ci sorpassavano. Se erano derivazioni  cambiava canale, se invece erano colori primari la radio restava sintonizzata su quella stazione. Ma poi giudicai la mia una valutazione troppo assurda per essere reale. E comunque il giochetto – se di giochetto si trattava - sembrava intrigare il mio collega/autista, e finché se ne stava zitto a modulare le leggi della sua dittatura radiofonica, a me andava benone.

«Lo sai che c’è? » disse a un certo punto abbassando il volume della radio. “Eccoci” pensai… “non siamo neanche a Bologna”

«No. Non lo so che c’è. Dimmelo tu che c’è»

«C’è che sono circondato da giovani. Prima quando mi guardavo intorno vedevo solo vecchi, adesso vedo… » lo interruppi

«Oddio, senti» dissi «Non è che mi parti con una di quelle storie  sul senso della vita, o del perché… »

«No, tranquillo» rispose lui «non fosse mai» aggiunse staccando la mano destra dal volante, sventolandola in aria come per scusarsi.

«No, perché oggi proprio non ce la faccio»

«Gianni, ho detto tranquillo. Vuoi stare zitto fino a Chiasso? Va bene per me. Non dico nulla, tu non dici nulla, ci facciamo questi seicento chilometri in silenzio, ognuno pensa ai fatti suoi, eh? Seicento ad andare e seicento a tornare» Non risposi, per me andava benissimo. Rialzò il volume della radio e io tornai a studiare i fogli promozionali dell’azienda. Gli devo dare atto che ci provò. Riuscì a non aprire bocca per almeno un’altra ora perché quando lo fece c’eravamo lasciati alle spalle da un pezzo Parma.

«Almeno lasciami raccontare che mi è successo sabato sera. Questo lavoro di merda… siamo sempre soli, e per una volta che viaggio insieme a un altro» lasciò la frase in sospeso mettendo su un’espressione un po’ offesa «tu non hai voglia di parlare» terminò. Non dissi nulla, perché tanto sapevo che non si sarebbe fermato.

«Insomma, ero stato a mangiare in quel locale dove fanno Karaoke, no? Dove prima c’era una pompa di benzina. Quello dove poi a una cert’ora si può anche ballare.  SI chiama Garden, o Gardenia, o qualcos’altro. Al buio non si legge bene quell’insegna» fece una breve pausa poi riprese a parlare «ero solo perché… perché, non lo so perché ero solo. A dire il vero mi sto vedendo con una tipa là dentro, ma il nostro rapporto è ancora agli inizi. Ci guardiamo e basta, non ci siamo mai parlati per ora» poi si bloccò e fece un gesto d’irritazione con la mano, come se cercasse di concentrarsi su quello che davvero voleva dirmi, come fosse al corrente  di quel nomignolo “girovago del nulla” che gli avevo affibbiato, per il suo parlare a vanvera e senza costrutto «Sì, ma questo non è quello che volevo raccontare cazzo» io non alzai neanche la testa, continuai a fingere di leggere «insomma, stavo tornando a casa dal Gardered , ok? Guidavo piano sai? Avevo un po’ bevuto, e tutto a un tratto, sul viadotto della colonna, vedo un gatto steso in mezzo alla strada.  Accosto l’auto, era tardi non c’era nessuno in giro, e scendo. Il gatto sembrava proprio morto stecchito, no? Insomma, immobile, con gli occhi aperti. Mi sono chinato sulle ginocchia e ho fatto per toccarlo. Quello che è successo dopo non riesco ancora a spiegarmelo. Il gatto ha fatto un salto per aria e non so come, è volato di sotto. Quanti saranno? Trenta, quaranta metri quel viadotto? Ecco, dimmi tu…» risi dentro di me ma feci finta di nulla. “Queste cose assurde succedono solo a gente come lui” pensai. «Ti rendi conto? »riprese poco dopo «Che gli avrò fatto di male io? Ora me lo sento sulla coscienza. Volevo aiutarlo e invece l’ho ammazzato» Annuii appena come per fargli capire che avevo ascoltato tutto, e che sostanzialmente ero d’accordo con lui sul fatto che non avesse colpe «riesco sempre a rovinare tutto, cazzo» Aggiunse  guardandomi. Anch’io allora lo guardai, e rimanemmo un po’ così in silenzio; a guardarci.

«Tu mi odi vero Gianni? » disse poi

«Dovrei? » risposi io

«Sì, ma ormai no. Cioè, sono passati quasi nove anni… » disse sempre facendo quel verso con la mano assolutorio «Fu lei cazzo, non io»

«Perché tu dov’eri? »

«Sì, cioè, c’ero, è ovvio, e ti ho già chiesto scusa. Ma fu lei a iniziare ripeto, non io»

«Fermiamoci al prossimo autogrill per favore. Devo andare in bagno» risposi.

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Il parcheggio è ampio, le macchine sono poche. Si chiama “Villa Garden Plaza” si vede che sei anni fa, quando ci venne il mio collega l’insegna aveva diversi neon fuori uso. «Oh, ma che avete combinato» mi disse Enzo quando tornammo da Chiasso porgendomi la mano «Perché? » risposi «E’ andata bene, no? » «Ha dato le dimissioni, se n’è andato» rispose «non mi ha spiegato il perché. Se n’è andato e basta» anche allora non dissi nulla. Feci spallucce.

L’atmosfera all’interno è piuttosto allegra; mi siedo e ordino una birra. A parte una comitiva di bambini alla mia destra, per il resto il locale è prevalentemente occupato da single. Uomini e donne che seguono una metodica di comportamenti inesorabili: si guardano si fiutano si fronteggiano e infine riducono le distanze. Poi capita anche a me. Non è molto bella, ma è giovane e forse spensierata quanto basta. Mi avvicino. Mi presento, si presenta. E’ in compagnia di amici, come lo siamo tutti qui dentro suppongo, ma al momento è sola, chissà dove sono finiti quei burloni. Porta la fede vedo, ma appena si accorge che la sto guardando, con un movimento rapido cela la mano dietro al braccio destro poggiato sul bancone del bar. Parliamo un po’,  io faccio l’avvocato. Poi spingo il piede sull’acceleratore e lei non frena, anzi.  Mentre ci baciamo, uscendo, non riesco a trattenermi e le afferro la mano; quella mano. Quella che di sicuro il marito le avrà sorretto all’altare infilandole l’anello. Non pare accorgersi della soddisfazione che provo mentre le spingo la lingua quasi fino in gola e allo stesso tempo saggio la consistenza di quella promessa d’amore eterno. «Riesco sempre a rovinare tutto, cazzo» forse anche lei, un giorno, reciterà al marito questa bella frase a effetto, penso soddisfatto.