Google+ Badge

Google+ Followers

domenica 12 luglio 2015

L'ira











Sabato sera, io mia moglie e i ragazzi, siamo finiti tutti insieme a guardare un film sul divano del salotto. - circostanza che ritengo irripetibile in quanto il più grande ha quasi diciassette anni, e in casa più che altro ce lo ricordiamo facendoci aiutare da fotografie appese qua e là, oppure gettando l’occhio sul disordine metastatizzato che incorona la sua zona letto fino alla postazione del computer-.  
Il film non era per nulla interessante, ma c’era uno strano bisogno di “famigliarità” nell’aria che impediva ai membri di casa Aldobrandi di alzarsi e andare ognuno per i fatti propri; forse era merito della multa da trecento euro arrivata per posta la mattina; un po’ tutte le famiglie ritrovano unità nei momenti peggiori.

Nel film comunque a un certo punto i genitori accompagnano i due figli adolescenti alla stazione, dove prenderanno un treno che li porterà lontani per un mese intero insieme al resto della classe.
La mamma scoppia a piangere abbracciandoli, il padre riesce a tenere un certo contegno seppur anche a lui gli si velino di lacrime mentre i due giovani sbuffano imbarazzati e continuano a guardarsi intorno, per nulla dispiaciuti all’idea di andarsene, di staccarsi un po’ da loro.

La scena mi ha toccato, inutile negarlo, ma non nel modo che avrebbe dovuto.
D’improvviso mi sono sentito violato, vulnerabile, esposto, affondato fino alle ginocchia in una palude di fredda indifferenza. Come se qualcuno avesse di colpo messo a nudo una verità che il pudore di solito lascia soltanto intendere. Una verità taciuta, non sbandierata, di cui il vincitore rende onore allo sconfitto con la promessa sottintesa di non sventolarla mai davanti ai suoi occhi. 

E invece no, il destino si era divertito a mescolare un po’ le carte e ci aveva riuniti tutti nella stessa stanza proprio per mostrarcela in tutta la sua silenziosa drammaticità.
Ho avvertito una vergognosa sensazione d’inferiorità nei confronti dei miei ragazzi, subito seguita da un cupo rancore nei confronti del tempo che è proprio uno schifo. Ho anche pensato e sottoscritto in gran segreto una legge universale che vieta di mostrare ai maggiori di quarant’anni certe scene, se in presenza di figli adolescenti.

Ricordo benissimo la pena che provavo nei confronti dei miei vecchi, quando io, giovane e forte, al sabato sera li salutavo lasciandoli stanchi e ingrigiti uno accanto all’altra ancora seduti in cucina.
Il sapore di cosa morta in bocca che mi teneva compagnia finché non lo buttavo giù a suon di vita e risate con gli amici.

Per l’amor del cielo lo so, i ragazzi sono così: fanno i ragazzi e basta, e d’ora in poi si serviranno del coltello che il tempo ha messo loro in mano dalla parte del manico per spalancare  una dopo l’altra, senza cattiveria o malizia alcuna, le emozioni che questo povero “vecchio” tiene chiuse dentro ai suoi gusci d’ostrica. È una corsa alla quale nessuno può sottrarsi.

Ho osservato di sottecchi il maggiore per vedere se anche lui aveva avvertito qualcosa, se per caso mi stesse guardando con un sorriso beffardo, soddisfatto o magari carico di muta pietà nei miei confronti, ma nulla; continuava a guardare il film con lo stesso interesse svagato di prima. Poi ho spostato lo sguardo sugli altri due, anche su mia moglie alla fine: la mia compagna di vita, la mia roccia emersa in un mare di dubbi; allora ho avuta chiara la consapevolezza di essere il solo nella stanza a sentirsi piuttosto male, di essere l’unico a soffrire per quello che percepivo come un vero e proprio affronto.


Meglio così, avessi incontrato anche solo uno di quegli sguardi non avrei proprio saputo come comportarmi.