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venerdì 15 novembre 2013

Una corsa contro il tempo








“Ma si, è quella”
“No era più avanti”
“Ti sbagli. Vedi che non ti ricordi nulla? Ammettilo, all’inizio ti scivolavo addosso come… ”
“Non è vero. Ricordo tutto. Ma non era quella”

    Lui grugnisce, piega la testa e guarda la panchina cercando un’altra angolazione. L’effetto non cambia.  Sembra proprio quella, ma dopo quasi sessant’anni, chi può dirlo?
“Va bene. Ora ti siedi lì” dice lui indicando la parte sinistra “ e passi una mano sotto, dove si uniscono le sbarre. Se oltre ai quattro bulloni senti anche una punta di ferro tagliente allora vuol dire che è proprio quella”

“ Come fai a sapere che ci sono quattro bulloni ?”

“Appunto. Se oltre ai quattro bulloni senti anche il pezzo di ferro staccato, allora vuol dire che è proprio la nostra panchina. Lo so perché quando ci sedemmo sapevo che era arrivato il momento di fare o dire qualcosa. Mica si poteva camminare tutto il giorno senza far finta di nulla, no? Ti eri messa tutta in ghingheri.  E prima di dirti che mi piacevi, ricordo che mi graffiai  l’indice lì sotto perché ero imbarazzatissimo e non riuscivo a tener ferme le mani. Cercavo le parole e intanto toccavo e ritoccavo quei quattro bulloni, come se mi aspettassi chissà cosa ”

    “Ah” Fa lei sorridendo, con la limpidezza negli occhi che viene naturale alle persone innamorate. Poi, piroettando su se stessa come una dama d’altri tempi invitata a ballare, sempre sostenendo il suo sguardo, si siede e inizia a tastare sotto la panchina.

    Lui la guarda e di nuovo la vede come la vedeva allora: tanto bella da risultargli inavvicinabile, col suo buon odore d’intimità domestica addosso, e la solita luce allegra e spensierata  negli occhi. Che ci faceva all’epoca seduto accanto a una creatura tanto speciale?

    Lei sfiora il ferro con la punta delle dita, poi di colpo si ferma. Apre la bocca per dire qualcosa, ma sente di non aver voce a sufficienza per dire tutto quello che vorrebbe dire, allora lascia alla consueta espressione dolce, con la quale cercava sempre di sminuire almeno un po’ l’ingombro della troppa bellezza,  il compito di farlo.

    Il vento fa volare le foglie da tutte le parti,  il fiume subito dietro la siepe scivola brontolando verso il mare e  trascina con se quello che la montagna non vuol più tenersi. Le scarpe da jogging quasi non fanno rumore sull’asfalto appena posato del parco. Il giovane corre da più di un’ora, si aggiusta la cerniera del K-way alzandola ancora un po'. Il sole sparge la sua luce fioca dietro un sipario sottile di nuvole che ingrigisce  i pensieri.

    Il vecchietto è poco più avanti, immobile in mezzo al viale. Tra poco lo investirà. Dovrà spostarsi lui perché quello sembra proprio andato, perso in chissà quale ragionamento da anziano. Eccolo lì, gli passa a meno di dieci centimetri e quello neanche se ne accorge.   Fissa con occhi tristi una panchina vuota e odora di vecchio;  come una casa senza finestre.