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venerdì 20 settembre 2013

L'abitudine alla mediocrità (un racconto)







<<Lo sai che c’è?>> dice quello con i baffi e la maglietta a righe gialle guardandosi intorno 
<<No, non lo so che c’è>> risponde l’altro, che indossa una bella la camicia blu scuro aperta fino al quarto bottone, che fa tanto “Target & Management <<Sentiamo che c’è, avanti. Dimmelo tu >>
<<C’è che sono circondato da giovani, ecco che c’è. Prima dove mi giravo vedevo solo vecchi, ora vedo  soltanto… >>
<<Oddio. Non è che mi parti con una di quelle palle sul perché siamo qui e tutto il resto , vero?>>
<<No, no…>> risponde l’altro <<tranquillo>>.
<<No perché guarda, io non ce la faccio proprio oggi>>.
<<Tranquillo, ho detto. Tranquillo>> ripete
 <<Se solo avessimo un po’ più di tempo>> dice dopo una breve pausa quello con la bella camicia aperta fino al quarto bottone.
<<sì ma non ce l’abbiamo>>
<<lo so, lo so>>
Posso portarvi due caffè?”
<<Per me no, grazie>>
<<No, no, neanch’io>> risponde quello con la camicia <<C’ho un bruciore di stomaco che…>>
<<Ma scusa chiamalo no?>>  dice l’altro, mentre per abitudine passa controvoglia  il dito sullo schermo del cellulare appoggiato sul tavolo <<che ti costa?>>
<<no>>
<<ma perché?>>
<<perché no>>
<<Ah, bello>> dice annuendo profondamente  <<Ora è chiaro per davvero>>  lo sguardo continua a passare dal telefono ai  commensali, quasi mai incrocia quello dell’uomo con la camicia blu  <<Non capisco  proprio che cazzo ti costa>>  aggiunge dopo un po’ picchiettando il tavolo con il telefono mentre continua a guardarsi intorno <<Non è il mio lavoro  lo sai, sennò lo chiamerei io>> dice allungando le braccia sul tavolo <<prendi il telefono lo chiami e gli dici che non ce la facciamo per venerdì.  >>
<<No. Non lo chiamo>>
<<Proprio non capisco. Scusa eh, ma non sono mai stato un mostro d’intelligenza. A scuola avevo tutti … >>
<<Perché se lo chiamo una volta dopo devo chiamarlo sempre io, d’accordo?  E non ci voglio più parlare con quello lì>>
<<Ma perché? Che è successo?>>
<<No, niente>>
<<Dai… >> dice maglietta a righe gialle mentre guarda con interesse il libro aperto poggiato sul tavolo accanto al loro
<<Ma ti fai un po’ di cazzi tuoi?>> dice strozzando la voce l’altro
<<Perché, che c’è?>>
<<Quella lì>> dice l’uomo con la camicia blu indicando la ragazza con i capelli corti seduta al tavolo accanto al loro <<che ti frega che legge, eh? E’ un’ora che guardi>>
Baffo sorride sollevando le sopracciglia <<Dimmi che è successo Gianni, dai>>.
<<Lo sai che mi ha detto l’ultima volta che abbiamo viaggiato insieme, eh? Parlavamo della vita… o della morte.  Non ricordo. E mi fa. Oh, giuro che io non gli ho mai fatto nulla di male, eh. Tu mi conosci come sono Mario, vero ? Se c’è una zanzara la lascio succhiare io>> Mario annuisce <<Insomma>> prosegue l’uomo con la camicia blu che adesso sappiamo chiamarsi Gianni << mi fa “Perché tu pensi che quando sarai morto, io mi ricorderò di te?”>>
<<Nooo… >>
<<Giuro che ha detto proprio così>>
<<Ma perché?>>
<<E che cazzo ne so io. Gli piace dire queste cattiverie alla gente. Così; Tanto per vedere l’effetto che fa. C’avrà problemi in casa sua. Ma che c’entro io, scusa? E poi, mica è uno che ti chiede scusa dopo “Ormai l’ho detta, a che serve scusarsi” mi disse una volta “Anche se mi scusassi non cambierebbe certo il fatto che l’ho detta” Ecco. Tu dimmi se è un discorso da persona intelligente questo>>
<<Certo che no>> 
<<oh, ma la pianti?>>
<<Scusa un attimo, eh>> gli fa cenno con la mano Mario <<Serve mica un libro sa?>> dice  rivolto alla ragazza con i capelli corti seduta al tavolo accanto al loro
<<come?>> risponde quella
<<per fare il pane>> dice lui indicando  il libro con le ricette per fare il pane in casa  aperto sul tavolo della ragazza <<non serve mica un libro; “Ci vuole tempo” diceva sempre mio nonno che faceva il fornaio; “Il tempo!”>>
<<Ah, ma lo faccio più che altro per la mamma, sa? Lei vuole soltanto mangiare prodotti macrobiotici, e questo libro…>> Le spiegazioni della ragazza dai capelli corti non interessano Mario,  che però cortesemente finge di ascoltarla  ancora un po’, spegnendo lentamente il sorriso di circostanza .  La voce della ragazza, insieme alla  faccia piuttosto anonima, perdono velocemente consistenza, finendo per impastarsi nel sottofondo monotono del ristorante intorno alla decima parola.
<<bella figura di merda>> sussurra Gianni quando Mario  tutto soddisfatto torna a guardarlo
<<Macché!… Dicevi allora?>>
<<Ancora trecento chilometri insieme dovevamo fare per arrivare a Cuneo. In macchina, con uno che mi ha appena detto che se crepo per lui è come se non fossi mai esistito. Ti rendi conto? Lo volevo buttare fuori  ‘sto stronzo. Con tutti i soldi che gli ho prestato prima che gli girasse bene,  accidenti a lui>>
<<Ricevuta o fattura?>>
<<Fattura, fattura>> dice Gianni porgendo un biglietto al cameriere  << Tu lo prendi un caffè ? Si? Anch’io allora. Due caffè per favore>>
Quando il cameriere se ne va, immemori del discorso precedente, i due restano silenziosi, bloccati sul nulla che precede la tentazione di parlare di cose che non riguardano il lavoro. Si crea un silenzio piuttosto imbarazzante.
<<E poi questo casino l’hai fatto tu. Risolvilo no?>> dice a un tratto Gianni rianimandosi
<<IO?>>
  <<Si, tu>>
<<Ma che cazzo dici? Ho chiamato tutti. Ho avvertito tutti che stava per succedere. Dimmi te che altro potevo fare?>>
<<Potevi evitare che succedesse, Einstein!>>
<<Ma vaffanculo va…>>
<<Ma vacci tu affanculo, cretino>> dice Gianni voltandosi, ruotando di scatto la mano come per scacciare una mosca fastidiosa.
 <<Quanto manca ancora a Voghera?>> chiede dopo un  po’
<<una trentina… >> il telefono sul tavolo in mezzo ai due s’illumina e inizia a vibrare<<E’ lui>> scandisce sottovoce Mario indicando il telefono. “Vuoi?” dice la faccia mezza sorridente , mentre la mano porge il telefono . Gianni fa l’espressione di quello al quale capitano tutte le incombenze del mondo, poi sospirando profondamente prende il telefono.
<<Si?>> dice <<Ehilà! Senti chi c’è!>> esclama sorridendo a Mario che lo guarda con le mani giunte davanti alla bocca <<Si, si, è qui con me>> Gianni indica a Mario che stanno parlando di lui <<Ha mangiato da fare schifo… come sempre>> dice ridendo <<eh…>> ora ascolta quello che dice l’altro <<si, si. >> annuisce tutto sorridente <<Pagato io, ovvio>>  ascolta di nuovo <<ah… anche con te, eh?>> Mario si scalda,  e con la mano fa un gesto come per dire  “che cazzo dici?” a Gianni . <<Si, si. Non vedo l’ora>> dice Gianni <<Almeno tu paghi, non sei mica come questo barbone qui>>   fa cenno a Mario che è a fin di bene. Quello si calma un po’.
<<Si… si, senti a proposito>> dice Gianni facendosi serio <<Per quella cosa là>> poi ascolta <<Si, quella>> di nuovo ascolta <<Ecco…  io non credo proprio che ce la faremo per venerdì, sai?>> Mario trattiene il respiro <<Non prima di Martedì>> dice Gianni con un filo di voce <<Mercoledì è sicuro. Si>> dice <<Si. Sicuro>> ripete iniziando a tremare visibilmente dalla gioia. <<Ok! Ok! Sei un grande! Grazie davvero. Ti voglio bene, con tutta l’eterosessualità di cui sono capace>> dice Gianni con voce piena d’entusiasmo, stringendo forte il polso a Mario, che visibilmente commosso, prima gli fa cenno di andarci piano con le lusinghe, poi strozza l’impulso di colpire con forza il tavolo con un pugno liberatorio.
<<Allora? Allora?>>
<<Tutto a posto. Abbiamo tempo fino a mercoledì>>
<<Alla grande>> esclama Mario <<Cazzo, alla grande. C’è andata davvero bene, no?>> poi si blocca guardando qualcosa alle spalle di Gianni <<Ma siamo sicuri vero?>> dice mentre gli occhi gli si velano di qualcosa << Non è che poi arriviamo lì lunedì e…>>
<<Tranquillo>> risponde Gianni << E’ uno a posto lui . Se ti dice una cosa la fa>> e anche lui però resta un po’ bloccato, cercando di acchiappare qualcosa che gli sfugge tra i pensieri. Qualcosa di sinistro e marcio che sa gli causerebbe dolore se solo riuscisse ad acciuffarla, a guardarla bene in faccia quella cosa.  Ma proprio non ce la fa adesso, felice com’è <<… la fa. Tranquillo, è uno a posto lui>> ripete annuendo, mentre l’immagine del figlio piccolissimo che gioca tranquillo e sereno sul prato davanti alla loro bella casa nuova prende corpo, smorzando piano piano, come un clemente anestetico, ogni tentazione di guardare oltre gli occhi vuoti  e felici del collega.