martedì 28 ottobre 2014

I vermi





Arrivò troppo presto quella mattina. Gli piaceva arrivare presto, ma quella mattina esagerò decisamente e siccome il cancello era ancora chiuso si infilò nel bar di fronte all’ingresso, dove ordinò un caffè. Il locale era semivuoto, gli unici avventori a parte lui erano due netturbini che stavano chiacchierando ad alta voce con i gomiti poggiati sul banco. Avevano gli occhi semichiusi e l’aria di chi ha appena svolto un compito fondamentale dal quale dipendevano le sorti del mondo intero. Lo squadrarono con interesse mentre gli passava davanti e così facendo sospesero per un attimo la conversazione. Quando uscì, diversi minuti più tardi, interruppero nuovamente la conversazione scortandolo con gli occhi fino alla porta.

    L’aria frizzante del primo mattino gli faceva lacrimare gli occhi. Tirò su al massimo la cerniera del piumino e attraversò l’enorme cancello in ferro battuto, incamminandosi sul lungo viale adornato dai cipressi con le mani infilate nelle tasche del pesante giubbotto. Uno dei guardiani sollevò le sopracciglia vedendolo arrivare, forse per salutarlo, forse per esternare la sorpresa di trovarselo ancora una volta davanti, quindi anche lui si sentì obbligato a rispondere in qualche modo, e lo fece esattamente come l’altro: sollevando le sopracciglia.
    Oltrepassò la dimora barocca dei Modani, sorrise di fronte a quella presuntuosa dei Lenzi, sospirò profondamente passando di fronte a quella dei Cialdini\Positai che un po’ di soggezione gliela metteva sempre per via di quel cognome da stirpe notarile.  Giunto in fondo al lungo viale svoltò a sinistra e prese a scendere giù, in Via delle Rimembranze, spingendo un po’ indietro il busto per controbilanciare l’effetto della ripida discesa.

    Aveva in mente di esplorare una porzione nuova quel giorno, augurandosi che fosse interessante come quella che aveva scoperto la seconda o terza volta che era venuto. Non ne aveva trovate altre così piene di poesia, dense di dolore, di amara consapevolezza. Ma il luogo era immenso e lui di tempo ne aveva da buttare. A metà della discesa dovette fermarsi. Sulla destra vide scale che non aveva mai notato prima. Incuriosito si affacciò sul bordo ma non riuscì a vedere molto poiché dopo una decina di gradini le scale viravano di colpo ancora a destra nascondendo di fatto l’esito della discesa. Sembravano comparse dal nulla durante la notte. Prese a scendere, sorreggendosi con una mano alla ringhiera fredda e rugginosa.  Svoltata la prima rampa, di fronte agli occhi si aprì un piccolo spiazzo isolato da tutto il resto, completamente ricoperto da croci e lapidi sconnesse. Anche il muro che lo delimitava brulicava di facce e storie passate. Provò la solita fitta al cuore che presagiva alle esperienze più intime mentre scendeva gli ultimi gradini con profonda reverenza, e rimase a lungo fermo sull’ultimo, quasi si rendesse conto di essere vicinissimo a compiere una terribile profanazione in qualità di primo uomo a rimettere piede in quel luogo dopo chissà quanto tempo; ma dopo tutto non c’era modo di arrivare dall’altra parte se non calpestando almeno una ventina di tombe. L’ispezione di un quadrato andava eseguita sempre in senso antiorario partendo esattamente dall’ultima di destra, che di solito corrispondeva alle ore quindici sul quadrante di un orologio. Su questo era inflessibile, non poteva visitare un quadrato senza punti di riferimento, gli piaceva l’idea di dare un ordine alla morte.

    La pietra tombale che si trovò davanti non aveva fotografia ed era troppo infarcita di riferimenti evangelici per i suoi gusti. Prima di tutto aveva bisogno di vedere i volti: gli occhi del morto ancora attraversati dalla vita, le labbra serrate in una posa composta, l’imbarazzo così ingenuo e umano che avevano provato trovandosi con tutta probabilità per la prima volta di fronte a una macchina fotografica, e in secondo luogo – ma non in ordine di importanza- aveva bisogno di leggere un dolore che non fosse preconfezionato, non scritto da terzi e perciò buono per tutti, quindi i passi del vangelo con lui non funzionavano. No, lui voleva sentire vibrare nell’aria le parole dei parenti , voleva respirare l’abissale disperazione dei sopravvissuti, mogli mariti o figli che fossero, e cibarsene, immagazzinarla dentro per poi servirsene alla prima occasione.
    Deluso passò a quella successiva. L’erba cresceva impetuosa, di un verde accesissimo, nel minuscolo spazio che le era stato concesso tra il muro e l’ultima fila di tombe, e presto l’umidità prese a insinuarglisi dentro le scarpe. L’accolse con affetto perché se in quel luogo c’era un intruso era senz’altro lui, mentre la natura stava semplicemente facendo il suo dovere. Anche quella tomba non rivelò quasi nulla della persona i cui resti riposavano nel vano ricavato nel muro subito dietro la lapide marmorea. Era morto nel 1888 a quarantasette anni. Niente fotografia, nessuna dedica particolare.  Un nome e un cognome che non dicevano assolutamente nulla della persona che era stata, delle cose che aveva fatto, dei sogni cui aveva cercato di dare corso “Chi è fortunato vive circondato dall’amore dei suoi cari, ma l’ultimo tratto di strada si percorre da soli” pensò, e subito la mano corse al taccuino che si portava sempre dietro, sul quale annotò la frase.
«Io preferisco le altre» disse improvvisamente una voce alle sue spalle.
Non si era accorto della presenza e sobbalzò per lo spavento.
«Mi scusi, non volevo spaventarla» gli disse la donna quando si voltò.
«No, è che non l’ho proprio sentita arrivare. Strano perché qui non vola una mosca»
«Ah, ma io ero già qui. L’ho vista scendere. Si vede che non mi ha notata» rispose lei. Era sulla cinquantina come lui, appena più bassa, con pesanti borse sotto gli occhi. Forse non dormiva da tempo, oppure piangeva molto. I capelli neri a un certo punto si confondevano nel cappotto dello stesso colore e decisamente fuori moda; sul bavero era infilata una grossa spilla che sembrava un leone, oppure un orso, cercò di non fissarla troppo.

«Io preferisco le altre stavo dicendo, quelle più recenti. Queste non mi dicono niente»
«Ah» fece lui fingendo di non capire
«L’ho vista spesso sa? Devo ammettere che qualche volta l’ho anche seguita. Non capisco cosa ci trova in questi vecchi marmi polverosi».
«La morte» disse allora lui, rendendosi conto di essere stato smascherato «La morte era una faccenda seria all’epoca. Vede le facce di questa gente? Si guardi intorno, non ce n’è una che sorrida. Sono tutte serissime. Perfino i bambini. Perché mi ha seguito?» aggiunse poi con noncuranza tornando a voltarsi dall’altra parte.
«Ma che c’entra? Sono fotografie. Le facevano fare a dei professionisti. Costavano care ed erano una cosa seria. L’ho seguita perché pare che dividiamo la stessa passione».
«Ciononostante, io non capisco proprio cosa ci sia da ridere. Lei ama quelle recenti? Quelle a colori piene di sorrisi? Quelle dei primi anni ottanta sono davvero orribili. I colori sono resi in modo artificiale e a volte ci sono degli animali fotografati insieme al morto. Non è una passione la mia, è una necessità».
«Lei non ama gli animali? »
«Sì certo, li amo come chiunque altro»
«Non capisco cosa ci sia di strano a farsi fotografare insieme al proprio cane o al proprio gatto».
«Non c’è niente di strano» disse lui sollevando le spalle «Trovo strano che chi deve decidere quale foto mettere sulla nostra tomba ne scelga una dove non siamo soli. Tutto qui»
«Non la capisco…»
«Non ha molta importanza. Guardi si sta annuvolando, forse dovremmo cercare riparo».
«Quindi lei non la considera una passione? E che passioni ha, sentiamo»
«Io signora faccio già abbastanza fatica a vivere. Non posso permettermi il lusso di distrarmi con le passioni. Guardi questa per esempio» disse inginocchiandosi di fronte a una grossa lapide rettangolare.
«Oddio no. I bambini no»
«Era cosa comune all’epoca fotografare i bambini dopo che erano morti. Ne morivano talmente tanti, sapesse. Le dediche dei genitori parlano sempre di piccoli angeli volati in cielo, un po’ banali forse, ma alcune sono autentiche perle, vera poesia mi creda. Sembra impossibile poter sopravvivere a un dolore simile no? Eppure, basta guardare…» Un tuono cupo e lunghissimo interruppe la sua voce. L’uomo e la donna voltarono all’unisono gli occhi al cielo sentendosi come scolari minuscoli ripresi da un maestro gigante a fare confusione durante la lezione.
«Basta guardare» riprese lui «le date di morte dei genitori subito sotto. Ecco guardi qui: il babbo è morto quasi trent’anni dopo, e la mamma più di quaranta. Sono sopravvissuti a un dolore che in quel momento dovette sembrargli incommensurabile, capisce? Sono andati avanti»
«Non c’è molto altro da fare» rispose lei «uno si arrangia come può. Non a tutti capita la fortuna di morire interi. Si perdono dei bei pezzi per strada prima; si sanguina tutta la vita e si muore un po’ alla volta».
Lui rimase ancora un po’ immobile con lo sguardo posato sul corpicino dal quale era volata via la vita, prima di rialzarsi. «Andiamocene di qui. Sta per arrivare un temporale»

     Giunti in cima alle scalette lei gli posò una mano sul braccio «La prego, mi accompagni un attimo laggiù» disse indicando uno spiazzo in fondo al vialetto in discesa «Non mi va di stare sola oggi. Non ci vorrà molto, devo soltanto salutare una persona».
Camminarono piano senza dirsi nulla perché non c’era nulla da dire, finché non giunsero all’altezza di un enorme quadrato per metà riempito di croci provvisorie e terra smossa. «È morto da tre settimane e io ancora non riesco a non venire ogni santo giorno» disse la donna senza guardarlo negli occhi.
«Tranquilla, passerà» rispose lui senza chiedere a chi si riferisse.
«Torno subito»

    La guardò avventurarsi tra i cumoli di terra rigonfi prestando attenzione a dove metteva i piedi con la chiara intenzione di non disturbare quei sonni eterni appena iniziati. Poi la sua attenzione si spostò su un’escavatrice parcheggiata in mezzo allo spiazzo. Sapeva bene qual era la sua funzione. Si avvicinò con calma. C’erano sei buche già pronte, niente di più normale in un cimitero, ma anche questa scelta opportunistica di portarsi avanti con il lavoro andò a fondersi assieme a quella delle facce sorridenti dei morti del suo secolo, che messe insieme scalfivano la solennità nella quale invece la morte meritava di fluttuare. Su ogni buca era stata adagiata una transenna di ferro per impedire che qualcuno ci finisse dentro.
«Lei è proprio un tipo macabro sa? » disse lei appena tornata, allungando il collo per guardare in una fossa.
«Ha notato che il fondo è in pendenza? »
«In pendenza? »
«Sì, vede? Una parte va più in giù di qualche grado»
«Forse per i fluidi? »
«I fluidi?Forse» disse lui «Perché ride? »
«Niente, una cosa stupida. Stavo pensando al sangue al cervello…»
Ancora un tuono, questa volta più lungo. D’improvviso il cielo si era fatto nero. Come avevano fatto a non accorgersene prima? Un lampo cadde a poca distanza e subito dopo un boato spaventoso esplose vicinissimo facendoli barcollare.
«Mio Dio» urlò lei «Come faremo? »
Erano soli, in mezzo a un enorme spiazzo di terra rivoltata a pochissima distanza dal brulicare sotterraneo dei vermi. Enormi nuvoloni dai contorni indefinibili correvano veloci subito sopra le loro teste, sembrava che fosse sufficiente sollevare una mano per infilarcela dentro. Una ventata tiepida sollevò i capelli della signora che rimasero ritti in aria, come attratti da una forza invisibile verso il cielo.
«Mio Dio» ripeté più forte questa volta piangendo «Che ne sarà di noi? » Chiese, e a lui parve che la domanda non avesse più nulla a che fare con il tempo.  Lei aveva la faccia bianca come il vestitino nel quale avevano avvolto il piccolo morto.
«Non si preoccupi signora» rispose guardandosi intorno. Tra poco la pioggia sarebbe caduta indifferentemente sulle tombe recenti e quelle più antiche, lavando via la polvere dai marmi e nutrendo la terra; predisponendola ad accogliere altri come loro  « Non si preoccupi» disse abbracciandola «Andrà tutto bene, è soltanto la natura che fa il suo dovere» poi la allontanò da sé per guardarla negli occhi e le sorrise con fare rassicurante «Andrà tutto bene» ripeté piano sistemandole i capelli.










   











   

venerdì 12 settembre 2014

Sotto questo spigolo di cielo








Da qualche giorno a questa parte sono costretto (non per problemi miei) a recarmi quotidianamente in ospedale. Arrivo, parcheggio lo scooter e sopraffatto dai pensieri che assillano un po’ tutte le persone quando varcano la soglia di un nosocomio, non ho dato alla mente il tempo di prestare attenzione alla coppia di pini sotto i quali piazzo quasi sempre il motorino.

    Ma oggi sì; oggi è stata davvero una buona giornata, piena di belle notizie, e uscendo rinfrancato si vede che il pensiero si è accordato con lo sguardo permettendomi di farci caso.

    A giudicare dalla larghezza dei tronchi alla base è chiaro che sono stati piantati lo stesso giorno di chissà quanti anni fa, ma uno dei due nel corso degli anni ha preso il sopravvento sull’altro cingendolo in un abbraccio fraterno ma letale; infatti gli ruba la luce essendo più alto, i suoi rami si allungano intrufolandosi tra quelli del gemello soggiogato (che a un certo punto piega verso di lui come chi cerca con la fronte una spalla solida sulla quale piangere) e a giudicare dalle possenti radici che hanno già dissestato il manto stradale in cerca di acqua, è probabile che gli rubi anche quella e che prima o poi finirà col farlo morire.  

    Ma il gigante maldestro non lo sa, e continuerà a strangolarlo  anche quando al fratello inizieranno a tagliar via i primi rami indeboliti, perché la natura non uccide con cognizione o per piacere, la natura quando uccide lo fa per rigenerarsi più forte di prima; agli uomini al massimo spetta l’illusione di averla arginata ma mai la certezza di averla domata, e quell’asfalto bitorzoluto ne è la riprova.

In alto, nascosti tra i rami, sopra le teste e i pensieri della gente, cinguettano nella loro lingua sconosciuta i passerotti; un vocio allegro che rasserena l’animo, un frullare d’ali continuo col quale gli uccellini, ignari di tutto, si giurano di esistere.



giovedì 28 agosto 2014

Che pena morire così, senza esserci conosciuti






Tornando a casa ieri mi sono imbattuto in una di quelle cataste che ogni tanto s’incontrano sui marciapiedi. Solitamente si tratta di vecchi mobili da buttare, frigoriferi, televisori giunti a fine carriera. Le persone chiamano gli addetti alla raccolta e loro gli affibbiano un numero d’intervento che queste devono esporre in cima alla pila di cianfrusaglie. Quasi sempre non passa neanche un giorno prima che, come da accordi, chi di dovere passi a togliere la roba dal marciapiede, ma questa volta non sono stati così solerti, e io, che subito avevo notato una cosa che stuzzicava il mio spregiudicato appetito nostalgico, oggi mi sono fatto coraggio e l’ho presa. Tecnicamente non credo possa definirsi “furto”, insomma… la roba era da buttare, ma ciò non toglie che ho provato un fastidioso imbarazzo quando ho afferrato il telefono semi-seppellito sotto una vecchia sedia imbottita e un abat-jour in ottone, che per qualche misterioso motivo, chi voleva disfarsene, ha avuto cura di avvolgere in alcuni fogli di giornale.
    Il telefono adesso è qui, sulla scrivania accanto al mio computer. Pesa circa un chilo ed è completamente grigio (eccezion fatta per la rotella di plastica trasparente nella quale si doveva infilare il dito per comporre i numeri) di quel grigio burocratico, Fantozziano, che rievoca ricordi belli o brutti a seconda delle esperienze personali. Sotto, sulla piastra di ferro che forma la base c’è impresso a fuoco “Proprietà Sip” accanto è recato il numero di matricola che è il 9263 mentre poco sotto, sempre marcato a fuoco, si parla di un fantomatico “collaudo sintetico N.23”.
    Il numero che si doveva comporre per farlo squillare, e quindi raggiungere gli inquilini dell’appartamento dove il telefono svolgeva le sue funzioni è il 293280 (all’epoca di appartenenza dell’apparecchio non si doveva comporre il prefisso per chiamare un numero della stessa città), i numeri sono scritti a penna con una certa eleganza su un cartoncino bianco protetto da una placchetta di plastica trasparente.
     L’ho pulito con alcool e cotone, perché così mi hanno insegnato a fare da piccolo per disinfettare le cose, come quando tornavo a casa con una sbucciatura, oppure un taglio, o comunque qualcosa che richiedesse l’intervento della mamma e della malefica soluzione puzzolente, fredda, dal colore inequivocabile, e dal bruciore che ogni volta pareva infrangere e oltrepassare una nuova barriera nella scala dei valori imputabili al dolore. E più l’alcool bruciava al contatto con la parte di corpo malconcia, più la mamma annuiva soddisfatta, e col piglio distante del dottore consumato alla fine diceva «così impari la prossima volta»  ma io so che sotto sotto soffriva almeno quanto me.
    Mia moglie poco fa è entrata nella stanza, ha guardato il telefono sulla scrivania poi ha guardato me «E quello? » Ha chiesto cercando di mostrarsi incuriosita e tranquilla al tempo stesso, perché con gli uomini di mezz’età non si sa mai dove vanno a parare con le stramberie «E’ un telefono» ho risposto «Sì lo vedo che è un telefono» ha detto avvicinandosi. Ha sollevato la cornetta portandosela all’orecchio ed è rimasta un po’ ad ascoltare il nulla cosmico pensando fosse la cosa giusta da fare in quel momento «Era nella catasta dei Meggiorini, giù sul marciapiede» ho detto, perché qualche spiegazione dovevo pur darla. Poi lei ha rimesso a posto la pesante cornetta che ha fatto produrre al telefono un piccolo “din” e dopo aver finto di mettere a posto qualcosa alle mie spalle, in silenzio, ha lasciato la stanza.
    Così l’ho fatto anch’io. Mi sono portato la cornetta all’orecchio e mi sono messo in ascolto. Chissà quante gioie, lacrime, dolori, saranno passati attraverso questo microfono ho pensato, cercando di entrare in sintonia con l’apparecchio, quanti invece ne saranno arrivati dall’altoparlante. Ma quel giochetto non mi ha regalato nessuna emozione, il telefono non ha parlato, o forse, da devoto servitore della famiglia Meggiorini non ha voluto svelare a uno sconosciuto i suoi segreti.
     Così mi sono messo a giocherellare con la rotellina che serviva a comporre i numeri.  Ed ecco che, come per magia, quel gesto ha fatto rispuntare uno a uno vecchi numeri che credevo di aver dimenticato una volte per tutte. Come quello degli zii del paese vicino, i quali un destino crudele aveva marchiato con un numero che iniziava con l’8, che lasciava immediatamente intendere la loro natura di campagnoli. Ho fatto andare la rotella che ha prodotto quel rumore strano e inconfondibile, simile a un suono: meccanico sì, ma anche armonioso, concreto e affettuoso, perfetto e crudele come un raschino passato direttamente sul mio cuore sempre affamato di ricordi. Ho composto il loro numero fino alla sesta cifra. Il bello di quei telefoni era che si poteva esitare, si poteva sfruttare la loro mancanza di intelligenza ed essere umani, fermarsi senza il coraggio di comporre l’ultimo numero;  lasciar perdere in poche parole. «Sono tutti morti» ho pensato «che senso ha proseguire? »  Poi mi è balzato in testa il primo numero che ho imparato a memoria, quello di casa della nonna: 55193.
    All’epoca si viveva tutti insieme, non so il motivo, suppongo che i miei non avessero soldi a sufficienza per potersi comprare una casa loro, ma a sei anni chi se le pone certe domande? A quell’età si gode di gioie minuscole a getto continuo, e pascolando protetti nel recinto dell’infanzia non si ha tempo per fare altro che aspettare col cuore in allerta un’altra piccola gemma di felicità da aggiungere a quelle che formano e colorano quel fantastico mondo fatto di sogno. Fatto è che ho vissuto in quella casa fino al termine della prima elementare, di questo almeno sono sicuro.  Così ho iniziato a comporre il numero che già migliaia di altre volte avevo composto, ma che credevo di aver dimenticato da quando sono entrati in commercio i telefoni che ricordano tutto al posto nostro.  
    E già dopo i primi due numeri (55) che, in rapida successione riproducevano esattamente lo stesso suono, occupando lo stesso spazio temporale necessario alla rotellina per compiere il tragitto di andata e ritorno, è stato come se vedessi qualcosa muoversi nel salotto della nonna, sul divano “importante” quello dove si ricevevano gli ospiti nei giorni delle feste comandate.
    Poi ho composto l’1. Breve, incolore, quasi senza suono, impaziente di svolgere il proprio dovere e tornare a riposare. Nella stanza della vecchia casa intanto, ho immaginato che da dietro la tenda dell’unica finestra avessero iniziato a filtrare dei raggi di sole, che colpendo l’enorme credenza coi tre cassettoni in noce massiccia (molto più alta di me all’epoca, simile nelle mie fantasie a un enorme grattacielo di legno posto nell’angolo di sinistra subito dietro una poltrona spaiata al divano) sarebbero tornati  indietro disintegrando le ragnatele appese agli angoli delle pareti, illuminando a tratti e con sempre maggior intensità la stanza dove via via la polvere accumulata nel corso degli anni di abbandono si sarebbe sollevata in aria e infine sarebbe scomparsa come per magia, restituendo alla mobilia e alle suppellettili il loro splendore originario. 
    Poi è toccato al numero 9. Per comporlo si doveva far compiere più di mezzo giro alla rotellina, e si poteva quasi vedere, attraverso la crescente resistenza prodotta dalla rotellina stessa, quale sofisticato meccanismo di molle, elastici e chissà quali altre diavolerie d’ingegneria primitiva fossero necessarie a far sì che una volta raggiunta la posizione desiderata il numero fosse effettivamente conteggiato per la composizione.
    Nella stanza ormai inzuppata di luce avrebbe poi preso ad aleggiare il buon profumo di fiori che la nonna curava con maniacale disposizione, e io, seminascosto dietro una cortina fumosa, d’ampiezza siderale, composta da un’infinità di anni da uomo maturo, ho visto chiaramente avvicinarsi il momento in cui, annunciato dal rumore inconfondibile  della sua lambretta (proprio a scoppio era quel motore) avrei sentito tornare a casa il nonno per il pranzo; che avrebbe parcheggiato come sempre sotto la nostra finestra, che poi l’avrebbe spenta girando in senso antiorario la chiave infilata sul manubrio, e, nel silenzio creato dall’improvvisa scomparsa di quel trambusto osceno, avrei sentito tendersi la molla del cavalletto che come sempre avrebbe pigiato in giù col piede destro (dopo aver girato non senza difficoltà intorno alla lambretta, invece che, come più logico, scendere direttamente dalla parte sinistra) per sollevarla.
Il numero 3 è stato un baleno. Non ho esitato, troppo curioso ormai di vedere come andava a finire. Ho infilato il dito e l’ho fatto andare senza indugi. 
    Ed eccomi lì: piccino piccino, proprio io, portatore sano di un allegria spensierata, sul divano con i piedi penzoloni a un buon dieci centimetri dal pavimento e la bocca semiaperta a guardare la televisione. Accanto, silenziosissima nella sua devota operosità, la nonna stava facendo l’uncinetto con quell’espressione sul viso di presunta rilassatezza che sempre si faceva venire per darsi un’aria d’eleganza quando svolgeva quell’attività. Era una scena reale, vissuta tanti anni prima, della quale il mio animo di bambino aveva perso ogni traccia. Ma si sa, l’animo umano ha mille sfaccettature e questa scena di ordinaria serenità infantile dev’essere sfuggita alla ragnatela dei ricordi poco rilevanti, per cadere giù, nel profondo, figlia di quel benessere schietto e genuino che ci colpisce solo quando si è ancora molto piccoli e in balia dell’amore che tutti ci versano addosso senza economie, fino a toccarmi nell’intimo primordiale, dove riposano immutabili le emozioni che ignari conserviamo a uso futuro.
    C’è stato poi un tempo indefinito dopo che ho terminato di comporre il numero, direi circa una ventina di secondi, durante il quale non è successo assolutamente nulla;  suppongo il tempo necessario perché la combinazione di numeri composti percorresse a ritroso e a tutta velocità le quattro decadi che lo separavano dalla stanza nella quale si stava svolgendo l’azione. Poi il telefono ha squillato nel corridoio della vecchia casa, (dove viveva appeso a un muro e a una discreta altezza) un suono acuto, fastidioso, l’unico disponibile, e soltanto in quel momento ho ricordato con dolorosa perfezione quello che sarebbe successo dopo.
    Mi sono visto balzare di corsa giù dal divano schivando per un soffio la presa della nonna, che agitando con furia cieca il braccio sinistro ha cercato di acchiapparmi per la collottola; non voleva infatti che né io né le mie sorelle si rispondesse al telefono di casa sua; doveva essere un adulto a farlo perché il telefono era una cosa seria non un giocattolo. Ma come resistere a sei anni? Come si fa a non provare un brivido sottile  a quell’età nell’infrangere una legge così chiaramente espressione di un eccessivo autoritarismo adulto, la cui infrazione per giunta non portava a nessuna punizione corporale? Al massimo si arrivava a una fiacca reprimenda da parte della mamma alla quale si rispondeva con un sì mogio mogio e poco convinto.
   Le gambine secche ma tenaci, piene di lividi e sbucciature mi hanno portato quasi volando sotto l’apparecchio. La nonna intanto inveiva e prometteva ritorsioni indicibili se mai avessi osato rispondere, la sentivo urlare dall’altra stanza mentre a fatica stava ancora tentando di alzarsi dal divano. Ho acchiappato la seggiola impagliata a mano che tenevamo nel corridoio e dopo averla messa sotto il telefono ci sono salito sopra per arrivare alla cornetta, e portandomela all’orecchio ho detto: «Pronto? Ciao! » Come facevo ogni volta senza chiedere “chi parla”, gettando in pasto a chiunque i mei fantastici sei anni e la mia amicizia incondizionata; e mi sono visto rimanere un po’ così: deluso ma incuriosito, in punta di piedi, ad ascoltare  il nulla.