mercoledì 26 novembre 2014

La veggente








«Dicono che riesce a leggerti il futuro senza che tu apra bocca praticamente. Basta che ti guardi un attimo e ha fatto»

«Ma finiscila per favore» rispose lui «Ti pare possibile? Eppure non sei come le tue amiche! Dai Emma, per l’amor del cielo»

«Senti Frank, tu la conosci Meredith no? Ti sembra una che le spara grosse? Non direi no? »

«Io non ho nessuna intenzione…»

«Invece ci andrai perché dobbiamo assolutamente fare qualcosa entro i prossimi tre mesi e abbiamo bisogno di pianificare alla perfezione ogni mossa»

«E quindi adesso ci affidiamo alla magia? È così che d’ora in poi decideremo come fare le cose? »

«No Frank, soltanto questa volta. Cristo, hai visto l’estratto conto di questo mese no? Se accetti quel trasferimento prendi una decisione cruciale.  Inoltre…» Emma rimase un po’ con lo sguardo posato sul tappeto come se fosse sul punto di dire qualcosa di davvero importante «Be’, io dico che dovresti proprio andarci, sai? » concluse invece, succhiandosi in dentro le guance e corrugando le labbra senza aggiungere altro.

    La primavera aveva acceso i colori tutto intorno la statale 89. L’ultima volta che l’aveva percorsa era stato a Novembre, pioveva e faceva freddo. La scansione del tempo per lui ed Emma si era interrotta a Gennaio, quando avevano ricevuto la lettera dell’azienda nella quale si enfatizzavano i vantaggi legati a un suo eventuale trasferimento a Portland; scansione che poi si era sciolta lentamente in una densa, impenetrabile, cortina di pensieri e preoccupazioni che avevano tenuto compagnia a lui e sua moglie fino ad oggi: cinque mesi sospesi in una bolla invisibile nella quale avevano galleggiato in compagnia di bollette scadute, falsi sorrisetti rassicuranti e silenziosi abbracci accompagnati da profondi sospiri,  molto più frequenti e lunghi del solito.

    La casa della maga – in realtà il termine esatto era “veggente” persona che “vede” aveva trovato su internet - si trovava fuori città di un buon quindici chilometri. Per raggiungerla dovette lasciare la statale 89 all’altezza del bivio per Irchenville e poi arrampicarsi su per la route 16 finché il navigatore non gli disse che era arrivato. Era verde, disposta su due piani, con quattro finestre sopra e due sotto. Il giardino intorno era perfettamente curato, e a intervalli regolari zampilli d’acqua venivano sparati per aria dagli irrigatori temporizzati nascosti sottoterra. Aveva un gran mal di testa, forse avrebbe fatto bene a scolarsi per intero  il thermos di caffè che Emma gli aveva preparato quella mattina, prima di suonare il campanello.

«Non lo voglio Emma» le aveva detto allontanandolo da sé con una mano.

Ma lei aveva piagnucolato «Prendilo per favore, magari ti viene sonno durante il viaggio»

«Viaggio» aveva ripetuto lui storpiando di proposito la parola «sono appena quindici minuti d’auto» alla fine l’aveva preso, giusto per farla contenta, con l’intenzione di svuotarne a terra la metà prima di rientrare.

    Aprì la portiera e scese dall’auto. L’odore dell’erba tagliata di fresco non bastò a mutare il suo stato d’animo e percorse i pochi passi che lo separavano dal campanello con addosso una vaga e indefinita sensazione di malessere generalizzato.  Sorrise davanti alla targhetta “Morg Hana” domandandosi in che razza di situazione si stava infilando, ma poi pensò a  Emma che ci teneva così tanto e suonò.

    Quando uscì, ventisette minuti più tardi, il mal di testa era scomparso, per lasciare il posto a una sensazione che non era di sgomento come avrebbe dovuto essere date le circostanze, ma di profonda tranquillità. Rimase a lungo sulla soglia con lo sguardo puntato sul grande prato davanti alla casa della maga riempiendosi i polmoni con quel buon odore di natura recisa, fresco, friabile, affettuoso come la mano di suo padre che gli passava sulla testa appena avevano finito di tagliare insieme  l’erba nel loro giardino e restavano immobili a osservare soddisfatti l’opera appena compiuta. Lanciò sovrappensiero le chiavi dell’auto in aria, una, due, tre volte “Ironico davvero… “” pensò, poi prese un lungo respiro e si  avviò verso l’automobile.

    Il cielo, azzurro come non mai,  gli fece pensare alle cartoline che suo fratello inviava loro  due volte l’anno dalla Florida, piene di gente sana e spiagge che si allungavano a  perdita d’occhio. Il calore del sole gli carezzava tutta la parte sinistra del corpo attraverso il finestrino dell’auto mentre scendeva la route 16 per andare a imboccare di nuovo la statale 89 che l’avrebbe portato a casa in meno di quindici minuti.  La mano senza preavviso partì verso il vano porta CD,  e in men che non si dica si ritrovò a cantare a squarciagola le vecchie canzoni dell’adolescenza, battendo il ritmo con i palmi delle mani sul volante. Era un vero peccato che a sua moglie quelle canzoni non fossero mai piaciute, che preferisse il silenzio quando erano in auto. In breve l’auto si popolò di facce e voci, risate e urla di compagni d’università con i quali aveva percorso insieme un breve e stupendo tratto di vita spensierata, che però aveva sempre tenuto nascosta a Emma; come se lei, una volta messa a conoscenza del giardino segreto dove lui conservava ancora intatte le poche emozioni passate, avesse il potere di mandarle in frantumi con uno dei suoi urletti striduli o con una di quelle risatine sciocche e ammonitorie che gli riversava addosso ogni volta che lui cercava di fare di testa sua.   

    Si accorse che stava rallentando dopo aver letto il cartello che indicava 1 chilometro al bivio per Irchenville. A quella velocità sarebbe arrivato a casa in meno di sei, sette minuti, mentre avrebbe voluto poter continuare a guidare per sempre, stando ben attendo a non infrangere con il minimo movimento quello stato di beatitudine che si era creato all’interno dell’abitacolo; soltanto lui e i suoi vecchi amici e i cd: avanti, per sempre!  Tuttavia giunto al bivio dovette fermarsi per forza; si accorse allora che, seppur ancora lontana, a est, un’ombra scura aveva già iniziato a mordere il cielo sbriciolandolo in tonalità di azzurro sempre più denso via via che scendevano giù fino a fondersi con la terra da qualche parte dietro le colline. Una lama fredda gli si posò sul braccio là dove fino a pochi istanti prima indugiava sornione il sole quando una nuvola solitaria l’oscurò all’improvviso. Subito dopo aver imboccato la statale diretto verso casa spense lo stereo e percorse gli ultimi chilometri immerso in un silenzio siderale.

Emma l’aspettava sulla porta «Dio mio Frank! Iniziavo a preoccuparmi. Quanto ti ci è voluto? Sei stato via quasi due ore»

Controllò  l’orologio «Un’ora e trentasette per la precisione»

«Sì, ma insomma. Avevi detto quindici minuti ad andare e… ma non l’hai neanche toccato? » chiese sciaguattandogli nervosamente il thermos del caffè davanti agli occhi «Ho sentito che sta arrivando un brutto temporale e iniziavo a preoccuparmi che… dai vieni entra, vieni Frank racconta» disse prendendolo per una mano «Racconta avanti, com’era? Mi hanno detto che è anche bella, è vero? Hey… non è che hai fatto tardi perché… ma che hai? Perché sei così silenzioso? »

«Povera Emma» disse lui accarezzandole la guancia col dorso della mano «povera la mia bambina» ripeté piano «tutto il nostro preoccuparci, per tutto questo tempo…»

«Ma che dici eh? Che hai? Dio mio Frank, mi fai paura così»

«Siediti amore mio. Siediti per l’amor del cielo» disse indicandole il divano, e attese che lei lo facesse prima di iniziare a raccontare.

lunedì 3 novembre 2014

Granelli




L’altro giorno, il più grande dei miei ragazzi, entra nella mia stanza e fa: «La nostra linea ADSL fa schifo! Ci vogliono più di quattro secondi per scaricare una canzone. L’ho calcolato, e sto parlando di una canzone che pesa poco eh… sui 3 mega. In America bastano 0,6 secondi per scaricare la stessa canzone»
«E io che ci posso fare scusa? » ho risposto «È la fibra ottica della Telecom, credo che tutti i gestori usino quella»
«Sì ma ti rendi conto? 0,6 contro 4 secondi. Anche quando gioco Online arrivo sempre un mezzo secondo più tardi. Mi ammazzano tutti! Il mio ping va alle stelle e poi…»

E mentre questo povero, piccolo, cucciolotto indifeso, così brutalmente esposto a tutti i problemi del mondo elencava una serie impressionante di buoni motivi per cambiare gestore telefonico, a me è venuta in mente una cosa. Così, come sempre più spesso mi accade con l’andare degli anni, una di quelle bollicine contenenti le emozioni più profonde che via via mi hanno toccato nel corso degli anni, si è staccata dal fondo e ha preso a salire su, sempre più su, fino a ridivenire il ricordo concreto di una settimana spettacolare.

    Avevo tredici anni ed ero un ragazzetto normalissimo. Un po’ più basso della media ma in compenso dotato di uno smisurato amore per la musica. Non possedevo dischi miei perché fino a quel momento quelli di mia sorella più grande mi erano bastati, ma già da un pezzo sentivo che il momento per spiegare le ali e spiccare il volo verso l’autonomia musicale stava per arrivare.

    Quando esposi alla mamma il piano lei non diede impressione di essere né entusiasta né contrariata, mi chiese soltanto di quanti soldi avevo bisogno; il suo pragmatismo smontò un po’ la vertigine di euforia sulla quale si erano arrampicate le mie emozioni, ma con calma, ripensandoci, lo considerai un riflesso incondizionato degli adulti quello di non provare più eccitazione per nulla. L’unica sua raccomandazione fu di andarci il sabato pomeriggio perché non avevo scuola. Era appena Martedì.

    Passai il resto della settimana immerso in uno strano liquido viscoso, da dentro il quale mi giungevano ovattate le parole dei professori, le risate degli amici, perfino i programmi televisivi. Tutte le cose che solitamente per me erano meritevoli d’attenzione, non avevano più gusto, avevano perso tutto il peso e la loro sostanza. La mia mente era occupata da un unico pensiero: sopravvivere fino al sabato e andare in centro a comprare quell’album, il primo della mia vita.

    E finalmente il sabato arrivò davvero. Ricordo che quella mattina, a scuola, passai tra le lezioni senza praticamente toccare terra, avvolto in un’euforia assurda che mi solleticava di continuo la nuca. Chiacchierai con tutti, svolsi alla perfezione e senza fatica ogni compito che mi affibbiarono, e durante la ricreazione segnai anche un paio di goal nel cortiletto asfaltato dove giocavamo a pallone e ci graffiavamo di continuo le ginocchia senza lamentarci. A pranzo scambiai addirittura qualche parola con le mie sorelle; insomma, ero al settimo cielo, e gli altri sei non avevo neanche fatto in tempo a vederli tanto sgusciavo via leggero.

   E poi venne l’ora fatidica, quella della partenza. La mamma mi mise in mano 5000 Lire e disse che voleva il resto; quindi, calcolando il costo del biglietto dell’autobus e quello dell’album, sarei dovuto tornare a casa con in tasca non meno di 1000 Lire. La vita mi sorrideva. Credo che potrei ricordare, se volessi, alla perfezione ogni istante successivo: la camminata fino alla fermata dell’autobus, la corsa(della quale benedissi ogni istante poiché grazie al bus a due piani mi trovavo a un’altezza diversa rispetto ai comuni mortali che smoccolavano e suonavano il clacson laggiù in basso, e quell’altitudine ovviamente rispecchiava alla perfezione quella del mio stato d’animo) lunga e rumorosa: la camminata successiva per le vie principali del centro, con le gambe che via via prendevano velocità senza che io lo volessi, ma che tuttavia non riuscivo a tenere a freno. Le luci in lontananza, l’insegna del negozio, e io che entro col cuore che sembra lì lì per scoppiarmi nel petto. E poi le dita che sfiorano l’album  intrappolato in un lembo di cellophane e pronto per seguirmi a casa, come il migliore degli amici.

    Ricordo il volto adulto e annoiato del cassiere, che prese in mano il disco e lo rigirò per leggere il prezzo. Non mostrò nessun interesse per la scelta che avevo fatto, non condivise con me una strizzatina d’occhio compiacente, o un sorriso complice come invece mi ero aspettato, anche in quel caso attribuii la sua non-reazione a quell’orribile vizio che avevano le persone anziane di non emozionarsi davanti a niente. Tutto doveva essere terribilmente piatto quando si arrivava a quell’età, ma per fortuna io avevo ancora un bel po’ da fare prima di arrivarci, e ciononostante provai pena per lui e la sua vita senz’altro noiosa, mentre la mia spumeggiava di felicità.

    Il viaggio di ritorno, la completa mappatura di ogni centimetro della copertina, l’atmosfera di mistero che usciva da quella fotografia stampata sul cartone del quale potevo soltanto intuire l’odore, l’enorme dilemma: scartare adesso oppure aspettare di essere in casa? La corsa folle a tutta velocità una volta sceso dal bus, e finalmente la mia cameretta, il mio stereo.

    Tolsi con cura il cellophane che riposi come la reliquia di un Santo sul letto, ben deciso a conservarlo. La copertina emanava l’odore che mi ero immaginato di fiordi Norvegesi, alture Irlandesi, sconfinate pianure Americane… E poi la punta della testina che finalmente tocca il vinile, e poi… e poi… poi qualcosa non andava. L’emozione non si moltiplicava al quadrato, non demoliva le leggi della fisica conosciuta spandendo la sua luce a ritroso fino al momento della creazione, anzi, tendeva ad afflosciarsi, come se quella musica improvvisamente fosse diventata un accessorio, un qualcosa di troppo “concreto” che con la sua concretezza andava a insudiciare la vera magia che invece l’aveva preceduta.

    Allora compresi, alla tenera età di tredici anni, che tutta la magia sta nell’attesa che avvolge certi eventi speciali, nei momenti che li precedono. La vera emozione era filtrata via attraverso una clessidra che avevo riempito con i miei sogni, con l’aspettativa, con la spasmodica attesa, sbriciolandosi in sabbia finissima che era scivolata giù, fino all’ultimo granello, tenendomi compagnia per ben cinque giorni.

«Oh babbo, ma mi ascolti? 0,6 secondi cazzo! Capito? »
«Sì, ho capito. Dover aspettare 4 secondi mentre quello la scarica in 0,6 è davvero terribile» ho risposto, dispiacendomi sinceramente per lui come solo un padre che certe emozioni le ha provate può fare, quando capisce che la tecnologia ha vinto l’ennesima battaglia, degradando l’emozione del  fattore attesa alla condizione di  fastidioso problema della connessione.

   


  



martedì 28 ottobre 2014

I vermi





Arrivò troppo presto quella mattina. Gli piaceva arrivare presto, ma quella mattina esagerò decisamente e siccome il cancello era ancora chiuso si infilò nel bar di fronte all’ingresso, dove ordinò un caffè. Il locale era semivuoto, gli unici avventori a parte lui erano due netturbini che stavano chiacchierando ad alta voce con i gomiti poggiati sul banco. Avevano gli occhi semichiusi e l’aria di chi ha appena svolto un compito fondamentale dal quale dipendevano le sorti del mondo intero. Lo squadrarono con interesse mentre gli passava davanti e così facendo sospesero per un attimo la conversazione. Quando uscì, diversi minuti più tardi, interruppero nuovamente la conversazione scortandolo con gli occhi fino alla porta.

    L’aria frizzante del primo mattino gli faceva lacrimare gli occhi. Tirò su al massimo la cerniera del piumino e attraversò l’enorme cancello in ferro battuto, incamminandosi sul lungo viale adornato dai cipressi con le mani infilate nelle tasche del pesante giubbotto. Uno dei guardiani sollevò le sopracciglia vedendolo arrivare, forse per salutarlo, forse per esternare la sorpresa di trovarselo ancora una volta davanti, quindi anche lui si sentì obbligato a rispondere in qualche modo, e lo fece esattamente come l’altro: sollevando le sopracciglia.
    Oltrepassò la dimora barocca dei Modani, sorrise di fronte a quella presuntuosa dei Lenzi, sospirò profondamente passando di fronte a quella dei Cialdini\Positai che un po’ di soggezione gliela metteva sempre per via di quel cognome da stirpe notarile.  Giunto in fondo al lungo viale svoltò a sinistra e prese a scendere giù, in Via delle Rimembranze, spingendo un po’ indietro il busto per controbilanciare l’effetto della ripida discesa.

    Aveva in mente di esplorare una porzione nuova quel giorno, augurandosi che fosse interessante come quella che aveva scoperto la seconda o terza volta che era venuto. Non ne aveva trovate altre così piene di poesia, dense di dolore, di amara consapevolezza. Ma il luogo era immenso e lui di tempo ne aveva da buttare. A metà della discesa dovette fermarsi. Sulla destra vide scale che non aveva mai notato prima. Incuriosito si affacciò sul bordo ma non riuscì a vedere molto poiché dopo una decina di gradini le scale viravano di colpo ancora a destra nascondendo di fatto l’esito della discesa. Sembravano comparse dal nulla durante la notte. Prese a scendere, sorreggendosi con una mano alla ringhiera fredda e rugginosa.  Svoltata la prima rampa, di fronte agli occhi si aprì un piccolo spiazzo isolato da tutto il resto, completamente ricoperto da croci e lapidi sconnesse. Anche il muro che lo delimitava brulicava di facce e storie passate. Provò la solita fitta al cuore che presagiva alle esperienze più intime mentre scendeva gli ultimi gradini con profonda reverenza, e rimase a lungo fermo sull’ultimo, quasi si rendesse conto di essere vicinissimo a compiere una terribile profanazione in qualità di primo uomo a rimettere piede in quel luogo dopo chissà quanto tempo; ma dopo tutto non c’era modo di arrivare dall’altra parte se non calpestando almeno una ventina di tombe. L’ispezione di un quadrato andava eseguita sempre in senso antiorario partendo esattamente dall’ultima di destra, che di solito corrispondeva alle ore quindici sul quadrante di un orologio. Su questo era inflessibile, non poteva visitare un quadrato senza punti di riferimento, gli piaceva l’idea di dare un ordine alla morte.

    La pietra tombale che si trovò davanti non aveva fotografia ed era troppo infarcita di riferimenti evangelici per i suoi gusti. Prima di tutto aveva bisogno di vedere i volti: gli occhi del morto ancora attraversati dalla vita, le labbra serrate in una posa composta, l’imbarazzo così ingenuo e umano che avevano provato trovandosi con tutta probabilità per la prima volta di fronte a una macchina fotografica, e in secondo luogo – ma non in ordine di importanza- aveva bisogno di leggere un dolore che non fosse preconfezionato, non scritto da terzi e perciò buono per tutti, quindi i passi del vangelo con lui non funzionavano. No, lui voleva sentire vibrare nell’aria le parole dei parenti , voleva respirare l’abissale disperazione dei sopravvissuti, mogli mariti o figli che fossero, e cibarsene, immagazzinarla dentro per poi servirsene alla prima occasione.
    Deluso passò a quella successiva. L’erba cresceva impetuosa, di un verde accesissimo, nel minuscolo spazio che le era stato concesso tra il muro e l’ultima fila di tombe, e presto l’umidità prese a insinuarglisi dentro le scarpe. L’accolse con affetto perché se in quel luogo c’era un intruso era senz’altro lui, mentre la natura stava semplicemente facendo il suo dovere. Anche quella tomba non rivelò quasi nulla della persona i cui resti riposavano nel vano ricavato nel muro subito dietro la lapide marmorea. Era morto nel 1888 a quarantasette anni. Niente fotografia, nessuna dedica particolare.  Un nome e un cognome che non dicevano assolutamente nulla della persona che era stata, delle cose che aveva fatto, dei sogni cui aveva cercato di dare corso “Chi è fortunato vive circondato dall’amore dei suoi cari, ma l’ultimo tratto di strada si percorre da soli” pensò, e subito la mano corse al taccuino che si portava sempre dietro, sul quale annotò la frase.
«Io preferisco le altre» disse improvvisamente una voce alle sue spalle.
Non si era accorto della presenza e sobbalzò per lo spavento.
«Mi scusi, non volevo spaventarla» gli disse la donna quando si voltò.
«No, è che non l’ho proprio sentita arrivare. Strano perché qui non vola una mosca»
«Ah, ma io ero già qui. L’ho vista scendere. Si vede che non mi ha notata» rispose lei. Era sulla cinquantina come lui, appena più bassa, con pesanti borse sotto gli occhi. Forse non dormiva da tempo, oppure piangeva molto. I capelli neri a un certo punto si confondevano nel cappotto dello stesso colore e decisamente fuori moda; sul bavero era infilata una grossa spilla che sembrava un leone, oppure un orso, cercò di non fissarla troppo.

«Io preferisco le altre stavo dicendo, quelle più recenti. Queste non mi dicono niente»
«Ah» fece lui fingendo di non capire
«L’ho vista spesso sa? Devo ammettere che qualche volta l’ho anche seguita. Non capisco cosa ci trova in questi vecchi marmi polverosi».
«La morte» disse allora lui, rendendosi conto di essere stato smascherato «La morte era una faccenda seria all’epoca. Vede le facce di questa gente? Si guardi intorno, non ce n’è una che sorrida. Sono tutte serissime. Perfino i bambini. Perché mi ha seguito?» aggiunse poi con noncuranza tornando a voltarsi dall’altra parte.
«Ma che c’entra? Sono fotografie. Le facevano fare a dei professionisti. Costavano care ed erano una cosa seria. L’ho seguita perché pare che dividiamo la stessa passione».
«Ciononostante, io non capisco proprio cosa ci sia da ridere. Lei ama quelle recenti? Quelle a colori piene di sorrisi? Quelle dei primi anni ottanta sono davvero orribili. I colori sono resi in modo artificiale e a volte ci sono degli animali fotografati insieme al morto. Non è una passione la mia, è una necessità».
«Lei non ama gli animali? »
«Sì certo, li amo come chiunque altro»
«Non capisco cosa ci sia di strano a farsi fotografare insieme al proprio cane o al proprio gatto».
«Non c’è niente di strano» disse lui sollevando le spalle «Trovo strano che chi deve decidere quale foto mettere sulla nostra tomba ne scelga una dove non siamo soli. Tutto qui»
«Non la capisco…»
«Non ha molta importanza. Guardi si sta annuvolando, forse dovremmo cercare riparo».
«Quindi lei non la considera una passione? E che passioni ha, sentiamo»
«Io signora faccio già abbastanza fatica a vivere. Non posso permettermi il lusso di distrarmi con le passioni. Guardi questa per esempio» disse inginocchiandosi di fronte a una grossa lapide rettangolare.
«Oddio no. I bambini no»
«Era cosa comune all’epoca fotografare i bambini dopo che erano morti. Ne morivano talmente tanti, sapesse. Le dediche dei genitori parlano sempre di piccoli angeli volati in cielo, un po’ banali forse, ma alcune sono autentiche perle, vera poesia mi creda. Sembra impossibile poter sopravvivere a un dolore simile no? Eppure, basta guardare…» Un tuono cupo e lunghissimo interruppe la sua voce. L’uomo e la donna voltarono all’unisono gli occhi al cielo sentendosi come scolari minuscoli ripresi da un maestro gigante a fare confusione durante la lezione.
«Basta guardare» riprese lui «le date di morte dei genitori subito sotto. Ecco guardi qui: il babbo è morto quasi trent’anni dopo, e la mamma più di quaranta. Sono sopravvissuti a un dolore che in quel momento dovette sembrargli incommensurabile, capisce? Sono andati avanti»
«Non c’è molto altro da fare» rispose lei «uno si arrangia come può. Non a tutti capita la fortuna di morire interi. Si perdono dei bei pezzi per strada prima; si sanguina tutta la vita e si muore un po’ alla volta».
Lui rimase ancora un po’ immobile con lo sguardo posato sul corpicino dal quale era volata via la vita, prima di rialzarsi. «Andiamocene di qui. Sta per arrivare un temporale»

     Giunti in cima alle scalette lei gli posò una mano sul braccio «La prego, mi accompagni un attimo laggiù» disse indicando uno spiazzo in fondo al vialetto in discesa «Non mi va di stare sola oggi. Non ci vorrà molto, devo soltanto salutare una persona».
Camminarono piano senza dirsi nulla perché non c’era nulla da dire, finché non giunsero all’altezza di un enorme quadrato per metà riempito di croci provvisorie e terra smossa. «È morto da tre settimane e io ancora non riesco a non venire ogni santo giorno» disse la donna senza guardarlo negli occhi.
«Tranquilla, passerà» rispose lui senza chiedere a chi si riferisse.
«Torno subito»

    La guardò avventurarsi tra i cumoli di terra rigonfi prestando attenzione a dove metteva i piedi con la chiara intenzione di non disturbare quei sonni eterni appena iniziati. Poi la sua attenzione si spostò su un’escavatrice parcheggiata in mezzo allo spiazzo. Sapeva bene qual era la sua funzione. Si avvicinò con calma. C’erano sei buche già pronte, niente di più normale in un cimitero, ma anche questa scelta opportunistica di portarsi avanti con il lavoro andò a fondersi assieme a quella delle facce sorridenti dei morti del suo secolo, che messe insieme scalfivano la solennità nella quale invece la morte meritava di fluttuare. Su ogni buca era stata adagiata una transenna di ferro per impedire che qualcuno ci finisse dentro.
«Lei è proprio un tipo macabro sa? » disse lei appena tornata, allungando il collo per guardare in una fossa.
«Ha notato che il fondo è in pendenza? »
«In pendenza? »
«Sì, vede? Una parte va più in giù di qualche grado»
«Forse per i fluidi? »
«I fluidi?Forse» disse lui «Perché ride? »
«Niente, una cosa stupida. Stavo pensando al sangue al cervello…»
Ancora un tuono, questa volta più lungo. D’improvviso il cielo si era fatto nero. Come avevano fatto a non accorgersene prima? Un lampo cadde a poca distanza e subito dopo un boato spaventoso esplose vicinissimo facendoli barcollare.
«Mio Dio» urlò lei «Come faremo? »
Erano soli, in mezzo a un enorme spiazzo di terra rivoltata a pochissima distanza dal brulicare sotterraneo dei vermi. Enormi nuvoloni dai contorni indefinibili correvano veloci subito sopra le loro teste, sembrava che fosse sufficiente sollevare una mano per infilarcela dentro. Una ventata tiepida sollevò i capelli della signora che rimasero ritti in aria, come attratti da una forza invisibile verso il cielo.
«Mio Dio» ripeté più forte questa volta piangendo «Che ne sarà di noi? » Chiese, e a lui parve che la domanda non avesse più nulla a che fare con il tempo.  Lei aveva la faccia bianca come il vestitino nel quale avevano avvolto il piccolo morto.
«Non si preoccupi signora» rispose guardandosi intorno. Tra poco la pioggia sarebbe caduta indifferentemente sulle tombe recenti e quelle più antiche, lavando via la polvere dai marmi e nutrendo la terra; predisponendola ad accogliere altri come loro  « Non si preoccupi» disse abbracciandola «Andrà tutto bene, è soltanto la natura che fa il suo dovere» poi la allontanò da sé per guardarla negli occhi e le sorrise con fare rassicurante «Andrà tutto bene» ripeté piano sistemandole i capelli.