venerdì 15 agosto 2014

Un dolore appagante







Nel 1978 avevo una fidanzatina. Una ragazza di La Spezia che avevo conosciuto al mare vicino Viareggio e che fu subito molto chiara con me: il nostro rapporto doveva limitarsi a qualche sporadico bacio a suo esclusivo comodo, ma soprattutto, doveva rimanere segreto. Spesso la domenica mattina partivo da Firenze con la corriera in direzione mare, con l’ingenua e ridicola convinzione che una certa frase pronunciata da lei a un’amica (che poi mi veniva riferita), circa una sua probabile presenza quel determinato giorno in spiaggia, avesse il valore di un appuntamento indirizzato a me, accentuato dal crisma prelibato della segretezza.
Quindi, di solito, mi ritrovavo tutto solo al mare, senza il becco di un quattrino in tasca a deambulare nei pressi dello stabilimento balneare dove l’avevo conosciuta in attesa di vederla comparire. (cosa che non è mai accaduta) E restavo lì tutto il giorno, determinato ad aspettarla fino all’ultimo secondo utile, quello in cui la corriera diretta a Firenze sarebbe sbucata dal fondo del viale, chiudendo in modo definitivo le imposte su quella che, sbagliando in modo clamoroso, avevo predetto sarebbe stata una giornata magnifica.
Quei ripetuti fallimenti non mi hanno certo impedito di ripetere altre cento volte la stessa identica follia e l’andirivieni proseguì per buona parte dell’estate, infruttuoso e ridicolo quanto si vuole ma “benedetto”, perché, come ho compreso solo molti anni più tardi, era proprio da quei fallimenti che tiravo  fuori la nota che mi faceva palpitare il cuore. Infatti, ogni volta che salivo sulla corriera di ritorno, abbacchiato e stanco, percorsi pochi chilometri già montava in me inarrestabile la voglia di ripetere il viaggio la domenica successiva.  Sì, appunto “benedetto”, perché il viaggio di ritorno mi dava il tempo necessario per comporre a mente le poesie che le avrei recitato una volta acciuffata la possibilità di passare qualche ora solo con lei, di trovare interessantissimi spunti di conversazione, e perché no, anche di buttar giù una bozza sommaria di quello che sarebbe diventato il discorso ufficiale quando le avrei chiesto di sposarmi.
E più soffrivo per quell’amore non corrisposto, abbandonato sul marciapiede di un viale a mare, più stavo bene, perché giù, nel profondo, sapevo di essere nel giusto. Sentivo che un giorno sarebbe stata lei quella a cui sarebbero sorti i dubbi, magari anche molto più tardi, tipo dieci o vent’anni dopo diciamo, sarebbe stata lei a domandarsi se per caso non si fosse lasciata sfuggire la grande occasione, di essere stata così vicina al “vero amore” e di esserselo lasciato sfuggire di mano come a un bambino vola via un palloncino, poiché reputavo impossibile che un amore di tale portata (com’era  il mio) potesse rimanere confinato nello spazio di un solo cuore, il mio appunto, ed ero convinto che ovunque si trovasse in quel momento lei lo sentisse proprio come glielo avrei raccontato io, se solo l’avessi avuta vicina.  Amavo l’amore che sentivo, più di quello che mi veniva offerto, e questo bastava e avanzava a quel ragazzetto per sentirsi dentro già a quattordici anni tutti i sogni del mondo.
Quando rientravo a casa la sera trovavo la mamma ad aspettarmi in corridoio. «Com’è andata? » domandava, con la faccia in bilico tra il vero interessamento e la canzonatura per quel figlio il cui cuore era partito al galoppo «Tutto bene» rispondevo come sempre, con voce tetra e priva d’emozioni cercando di sgusciare in camera mia prima possibile. Passandole accanto, spesso vedevo i suoi occhi velarsi di qualcosa mentre mi sorrideva con tenerezza piegando la testa da una parte, io allora le lasciavo giusto il tempo per stropicciarmi un po’ i capelli prima di scomparire.

lunedì 23 giugno 2014

Il sospiro del ricordo









Due strade messe in croce dalle quali si godeva di un panorama sterminato sul nostro futuro. Non un semplice crocicchio messo lì a farci credere che si potesse sognare di diventare qualcuno, ma piuttosto il riassunto di un’ambientazione futurista portatrice di essenze immacolate e speranze senza precedenti. Potevi appostartici verso le due o le tre del mattino, protetto dalla caparbia copertura dei tetti, e sentire i muri di quegli edifici respirare; letteralmente!  Un ronzio lento, continuo, rassicurante.
    Ti pareva di cogliere nell’aria i residui dell’ultima discussione tra la Franca e suo marito, che parlava sempre del figlio come di un brutto temporale abbattutosi all’improvviso su un’interminabile parata di giorni pieni di sole. Oppure, due piani più in alto, il respiro affannoso di Maria, che ormai da tempo aveva imparato a piangere senza fare troppo rumore per via di quel fidanzatino così poco concreto che tanto la faceva dannare. I sogni di Alessandro, che nessuno di noi capiva per davvero cosa volesse fare da grande, ma tant’era la determinazione nel raccontarceli che non c’era da dubitare sul loro coronamento. E poi c’era la Giulia, Alessandro, Andrea, Luca, la Giada, Marco; un microcosmo brulicante di vita, vigoroso e insaziabile, così com’erano all’epoca i cuori di chi ne faceva parte: spavaldi e increduli, di fronte a quel paradiso accaduto un po’ troppo presto perché i nostri animi ancora in costruzione potessero assaporarlo fino in fondo.
    Quando mi capita di passarci adesso, sento sulle spalle il peso ammonitorio di finestre che non mi riconoscono, evito di sollevare lo sguardo per non vederci incorniciato dentro qualcuno che non dovrebbe stare lì, che non ne ha il diritto. Poco più avanti, andando verso il viale, dove la vita per noi terminava, si sbriciolava, e infine confluiva in miliardi di rivoletti insignificanti che non erano più nostri, c’è ancora il giardinetto sulla destra. La natura si è presa la panchina sulla quale sedevamo ogni sera, l’erbaccia ha azzannato i nostri calci al pallone, e i graffiti sui muri che lo circondano parlano di storie che non sono più le nostre.
    Ma io so che i muri degli edifici che formano il crocicchio conservano intatto il ricordo, custodiscono gelosamente la memoria di chi eravamo, hanno assorbito le nostre risate, le nostre urla di felicità, lo scotto delle prime delusioni d’amore; l’amarezza consapevole di chi per primo se ne andò, vergando la parola fine su una storia che pensavamo non dovesse finire mai. Persiste in loro immutato il ricordo, di un’opera grandiosa, andata in scena per pochi adolescenti.

giovedì 1 maggio 2014

Non parlare mai di me








Che una cosa sia ben chiara fin dall’inizio: non sono stato io a uccidere la signora Larson. Nossignore.
E sebbene tutto faccia pensare il contrario, io confido in voi. Sì, proprio in voi che state leggendo queste righe, perché vi facciate carico di diffondere la verità che adesso vi vado a illustrare.
Io arrivai di notte. Le cicale frinivano per il gran caldo, la luna era alta in cielo, e non c’era anima viva in giro. E dopo tutto chi poteva esserci? 1012 abitanti, c’era scritto sul cartello appena sotto la dicitura “Clearenceville”. L’Idaho è famoso per le patate, ma io l’avevo scelto perché avevo sentito dire che le persone ci sparivano in continuazione nell’Idaho, soprattutto in quello del nord.  Ci arrivai un po’ in autostop, un po’ sul rimorchio di un autocarro, l’ultimo pezzo, lo feci strisciando tra i campi coltivati a mais, che da queste parti va per la maggiore insieme alle patate. Insomma; no, non trovai il comitato di benvenuto ad attendermi, trovai invece lo sceriffo Pierce.
«Cristo Santo figliolo. Da dove arrivi? »
«Da dove non lo rammento. Ma so dove volevo arrivare»
«Be’, non puoi certo andare in giro in queste condizioni. Hai soldi in tasca? »
«Non mi servono soldi sceriffo. Mi serve un prete»
«C’è il vecchio Stewen che fa anche da pastore nella nostra piccola comunità. Ha la mesticheria giù all’angolo, lo trovi aperto di giorno però, adesso sarà sicuramente a divertirsi con la Signora Maddle. Magari lui può aiutarti. Cos’è che vai cercando? Perdono? Redenzione? Assoluzione? »
«Non intendo discutere di queste questioni con lei signore. Adesso, se posso…»
«Dovresti farti controllare quella brutta ferita. Cos’è, una ventidue? »

Non risposi, ripresi il cammino finché non trovai il negozio del prete, e mi ci buttai davanti a dormire.
Venni svegliato diverse volte nel corso della notte. Seppur piccola, Clearenceville, poteva vantare un’attività notturna piuttosto movimentata. Contai almeno quattro o cinque amplessi diversi consumarsi all’interno delle finestre che facevano da cornice al mio misero giaciglio, e tutti piuttosto rumorosi a dire il vero.  Orde di gatti randagi s’inseguirono in continuazione fino all’alba, e quando alla fine crollai in un sonno senza peso, fu il piede del Signor Stewen a svegliarmi.
«Cristo Santo figliolo. Da dove arrivi? »
«Da lontano, cercavo lei»
«Me? »
«Sì, proprio lei»
«Non c’è niente che posso offrirti che non troveresti in altre mesticherie della contea. Non sono specializzato in niente io»
«Non sono qui per lavoretti domestici signore».
«Ah, capisco. Allora entra pure» disse il Signor Stewen.
Il locale era piuttosto ampio, molto più di quello che mi aspettavo. L’odore mi mise addosso una strana malinconia: cantina, oscurità e gomma da masticare.  Il Signor Stewen girò il cartello alla porta e da dentro lessi la scritta “open”.
«Bene» disse allargando le braccia «dimmi tutto».
«Non indossa nulla? Voglio confessare davanti a un prete»
«E questa ti sembra una chiesa? »
«Non parlerò allora»
«Aspetta qui» disse allora il signor Stewen prima di scomparire nel retrobottega.

Un’enorme ventilatore a soffitto dondolava placido come sotto la spinta di qualche folletto invisibile. Il calendario a muro aperto sul mese di Luglio. Un poster con una casetta bianca e colline fiorite finché se ne potevano contare subito dietro. “Idaho, il cuore della faccenda” c’era scritto, e in basso la bandiera dello stato: un cervo come presidente, un minatore e una bella figliola in vestaglia. Mi parve un bel posto per vuotare il sacco.
il signor Stewen tornò sfoggiando un bell'abito abito talare. Mi venne in mente che non ne avevo più visto uno da quando avevo fatto la prima comunione.
«Sono inseguito» iniziai
«Tutti lo siamo no? Chi dalla sfortuna, chi dai guai, chi dalla propria coscienza»
«Be’, a me m’inseguono degli uomini»
«ah» fece perplesso il prete «quel buco lì suppongo sia opera loro» disse indicando il foro bruciacchiato sulla mia camicia
 «Una ventidue. Roba da donne»
«e non fa male? »
«Non più»
«E cos’è che ti fa male, sentiamo»
«Mi chiamo Vin, prete. Vin Patterson» L’enorme ventilatore sopra le nostre teste cigolò.

                                                                *******************

Un istante dopo gli occhi del prete percorrevano  in lungo e in largo il negozio, mappandone ogni particolare, ogni oggetto, evidentemente alla ricerca di una via di fuga o di un’arma improvvisata. Le pupille apparivano molto più grandi di poc’anzi, simili a quelle di un gatto molto impaurito. Vidi Il sudore imperlargli la pelle del labbro superiore, poi parlò:

«Cristo Santissimo, ti descrivono più basso».
«Mi descrivono in tanti modi. Nessuno corretto come può vedere»
«Dicono anche un’altra cosa…»
«Sì lo so prete, ma per adesso non pensiamoci».
«Allora, figliolo. Cosa posso fare per te»
«Sono vittima di un grosso equivoco»
«Sono sicuro che sia così» disse appoggiando con fare solenne il mento sul petto «sono sicuro che sia così» ripeté piano, sollevando in aria le mani.
«Crede che questo la salverà? »
«Che cosa figliolo? »
«Trattarmi con condiscendenza»
«oh no… non era mia intenzione»
«Be’ non dovrebbe proprio farlo. Ecco vede, il fatto è che non sono stato io a uccidere la signora Larson. Mi attribuiscono tante cose non vere, sa? » il prete allora annuì senza parlare «Come quella brutta storia di Riverside, ricorda? Che grandissimo casino. Le pare possibile che un uomo solo possa combinare un macello come quello? »
«Un uomo? No. Ma dimmelo tu figliolo»
«Mi chiami Vin per favore, solo Vin. Mi fa sentire meglio. No. Glielo dico io, glielo dico. Nessun uomo è capace di combinare un casino come quello, non da solo almeno».
«Tu credi in Dio, Vin? »
«Io credo nelle coincidenze»
«Non dev’essere facile vivere così: senza Dio»
«Le dico io qualcosa a proposito di Dio, padre. Ci ho provato sa? Ah, se ci ho provato. Una volta, per esempio, avevo un cane: Melody l’avevo chiamato. E anche se il nome non mi sembrava giusto per un maschio, gliel’avevo messo perché quando abbaiava sembrava cantare, ce l’ha presente? Era una buona bestia, l’unica cosa al mondo riuscisse a darmi un po’ di conforto quando il whiskey sembrava diventato acqua e le notti si facevano troppo buie, perfino per uno come me. Il vecchio Melody era un animo gentile, sa?  Gli piaceva andare in giro per la campagna in cerca di persone e animali con i quali socializzava un po’ prima di tornare da me quando scuriva. Aveva una paura fottuta dei tuoni. Se c’era una cosa che lo faceva impazzire erano i tuoni. Chissà che dovevano sembrare quegli scoppi enormi a quel cervellino di cane. Be’, un bel giorno il povero Melody si ritrovò nel bel mezzo della campagna sotto un temporale come non se ne vedevano da anni. Me lo immagino, sa? Con le orecchie abbassate e il muso che sfiora il terreno, il naso umido ingrandito dalla paura, tutto solo là fuori a piangere, senza di me. Nella sua testaccia di cane sono certo di essere apparso in quel momento. Avrà pregato a modo suo che arrivassi a salvarlo. Povera bestia.  Trovò rifugio sotto un albero. Quando mi telefonarono il mattino seguente mi dissero che l’avevano trovato come dire? “Fuso” al tronco. Si era sciolto povero Melody, il fulmine aveva centrato in pieno l’albero, hanno capito che era lui per via dei pochi peli rossastri sparpagliati intorno. Non ho avuto nulla da seppellire.»

«E questo pensi sia opera di Dio? » chiese il prete cercando di apparire tranquillo.
«No. Una coincidenza» risposi «Quella nuvola aveva viaggiato chissà quante centinaia di chilometri prima di incontrare un’altra nuvola e far partire la scintilla che poi si è scaricata sull’albero sotto il quale era andato a rifugiarsi il mio povero Melody. Proprio come la mia presenza qui adesso. Sarei potuto sbucare da quel campo di mais in un’altra cittadina, ma il caso ha voluto che sbucassi a Clearenceville e che proprio lei sia il pastore di questo piccolo gregge» sorrisi.
«Quindi…» Gli occhi del prete si spalancarono ancor di più «Non è me che cercavi, ma un prete qualsiasi».
«Esatto. Il caso, le coincidenze, Dio? Qualsiasi cosa sia stata adesso siamo qui, io e lei. Niente di preordinato, niente di personale. E questo ci porta dritti dritti al motivo della mia visita prete. Vede, io non credo nella giustizia degli uomini, ma credo in una giustizia “superiore”, per intenderci. Non so se possiamo scomodare addirittura Dio, ma sono giunto alla conclusione che tanto vale provarci, e se a questo mondo c’è qualcuno in grado di arrivargli proprio davanti, dev’essere per forza un prete ho pensato».
«Quindi è un’assoluzione che cerchi. Sono pronto a confessarti. Dio ha il cuore grande. Qualsiasi cosa tu…»
«Sì, certo prete. Ma lei deve fare anche un’altra cosa»
«Che cosa? »
«Insieme alla confessione deve recapitare anche un messaggio».
«Un messaggio? E a chi? »
Non risposi direttamente alla domanda. Sorrisi, posai lo sguardo sul lungo abito talare, poi lo passai alla croce sul petto, quindi tornai a fissarlo negli occhi lasciando intendere la risposta.
«Ma perché? Perché deve succedere tutto questo? » domandò il prete «Non è troppo tardi figliolo» si passò una mano sulle labbra per asciugarle.
«Ah, ma io non posso farlo. Lei sì, lei ha un filo diretto per così dire».
«Ma questa è pura follia»
«Cos’è? Ha paura forse? Ha paura che non troverà nessuno dall’altra parte ad aspettarla a braccia aperte? Ha paura per chi resterà? Per la signora Maddle? Be’ le dico io cosa succederà. Quando lei morirà le cose continueranno ad andare proprio come sono andate fino a ora. Non ci sarà nessuna interruzione, nessuna percettibile modifica. La signora Maddle alla fine se ne farà una ragione e si troverà qualcun altro, magari più giovane di lei. I nipotini piangeranno per qualche giorno il nonno Stewen ma poi anche loro se ne faranno una ragione. Il mondo andrà avanti senza di lei: sempre una cosa davanti a un’altra, sempre qualcuno dopo qualcun altro. Cambieranno i fiori sulla sua tomba certo. Oh, lo faranno sì, da buoni cristiani. Lo faranno per qualche mese, o forse anno, poi alla fine si stancheranno, e di lei, di tutto ciò che è stato e del suo ricordo, non resteranno che un mucchietto di fiori appassiti sotto una foto sbiadita dal sole» Il prete non disse più nulla, credo che a quel punto fosse già morto.
«Non ho ucciso io la signora Larson glielo dica per favore, e per quanto riguarda l’altra questione è tutto vero: nessuno vive dopo avermi sentito pronunciare il mio nome».
«Aspetta figliolo, questo non ha senso. Ascoltami posso…»
«Pensa a qualcosa di bello prete» dissi. Non credo abbia visto il luccichio perché l’istinto l’aveva portato a chiudere gli occhi. Dicono che prima di morire si vede una luce che via via diventa sempre più intensa prima di trasformarsi in un bianco accecante che ha il potere di rassicurare. Dev’essere andata proprio così perché il prete lottò appena prima di abbandonarsi a quella luce assordante, che dev’essere sopraggiunta insieme alla consapevolezza che qualsiasi tentativo di resisterle sarebbe stato vano.