sabato 12 maggio 2018

Da qualche parte nel tempo












Magari un giorno, da qualche parte nel tempo

ci incontreremo. L'ingombro della tua bellezza non sarà più un ostacolo e le mie parole usciranno abbondanti a quel punto, anche quelle soffocate tanti anni addietro sotto casa dei tuoi.

O resteremo zitti, chissà, complici in quella manciata di minuti lasciati in sospeso allora, quando eravamo convinti di avere tutto il tempo a disposizione e invece il tempo ce lo sfilarono via da sotto, con un prestigio che nessuno dei due capì.

Ma no, no. Tu mi parlerai dei tuoi figli, di tuo marito, delle cose che andrai facendo in giro per il mondo, preoccupandoti di non ricordare. E continuerai parlando del mutuo, della casa dei sogni finalmente vostra, dei suoceri claudicanti. E forse mi verrà voglia di unirmi al coro per non essere da meno, di elencare tutte le cose magnifiche che sono successe a me nel frattempo.

E passaremo qualche minuto a cercare di eludere il freddo nelle budella, gonfiando l'aria di parole vuote, raccontandoci di quelle che a tutti gli effetti assomigliano a vite autentiche.

mercoledì 23 novembre 2016

Crocevia











Non ho molti ricordi di mia madre, e comunque nulla su cui potrei puntare il dito e dire : ecco, mi ricordo di quella volta che...
Invece ricordo benissimo l'odore della sua lacca per capelli, il suo rumore per casa, la sua collana di perle e i golfini di lana sulle spalle. Anche alcune piccole manie come quella per i fotoromanzi, per la cronaca nera, per i romanzi Harmony. Forse da piccola sognava una grande storia d'amore e non so se l'abbia trovata nel babbo, in quell'uomo che ciondolava dal sonno da mattina a sera e poi di notte scompariva per tornare al lavoro.
Non rideva neanche tanto la mamma, ed era immune ai facili entusiasmi. I miei amici la temevano, avvicinarsi a casa mia il pomeriggio era un'impresa che pochi si sentivano di affrontare, ma lei doveva pur proteggere il sonno di quel buon uomo che si era sposata e non aveva pietà per quei piccoli farabutti che suonavano il campanello chiedendo di me.
È morta giovane e tra qualche anno la raggiungerò, nel senso che avrò i suoi anni di quando se n'è andata. Questo pensiero mi toglie il fiato. Nessun bambino comprende che i propri genitori un giorno non ci saranno più, la sua visione del mondo si basa su poche indissolubili certezze, due delle quali sono nella stragrande maggioranza dei casi il babbo e la mamma.
La sua è una fiducia costruita nel tempo, che ha fondamenta solide, contabilizzata dalle loro spinte all'altalena e che si alimenta nello spazio intermedio che separa la veglia dal sonno, quando il profumo di uno dei due è ancora nell'aria e il bacio della buonanotte è sempre umido sulla fronte.
Ma così è, il tempo non si può fermare e rimpiangerlo è un esercizio che regala poche soddisfazioni.
Però ogni tanto il cervello si diverte a ricreare dal nulla quell'aroma particolare, d'intimità domestica, di cui erano intrisi i suoi golfini caldi, oppure il tono sfinito (di chi ha esaurito la pazienza, ma conserva intatta la riserva d'amore) con cui spesso chiamava il mio nome; e mi riappare in quegli istanti, sembra chiedere se ci sono novità.

mercoledì 11 maggio 2016

Assenza di movimento







Oggi sono andato a porgere l’ultimo saluto a un vecchio amico del babbo. È ora, si sa. 84 sono tanti, ma per chi è ancora perfettamente lucido e consapevole del rapido declino, magari no.
Quando sono entrato nel reparto di Geriatria la prima cosa che mi ha colpito è stata una pesantissima sensazione d’assenza. Assenza di gente, di personale, di movimento, come se la morte fosse autorizzata in contumacia a svolgere preventivamente gli obblighi preliminari.

La stanza 252 contava quattro letti vuoti oltre quello occupato dalla persona che volevo salutare, e un altro nell’angolo di sinistra, dove un signore senza nessuno intorno sembrava dormire.

Ho abbracciato la moglie che mi ha subito ringraziato della visita, poi ho poggiato una mano su quella dell’anziano morente che ha aperto gli occhi. Vedendomi ha scosso la testa e ha sorriso riconoscendomi, con quel modo di fare che mi ha subito ricordato il babbo.
Non se ne leva le gambe” ha detto con un filo di voce; conosco quell’atteggiamento ironico, di sfida, col quale si cerca di esorcizzare la paura; nessun uomo è mai all’altezza dei suoi drammi.

Tutti conosciamo la situazione, anche lui: i reni hanno ceduto una settimana fa, lo stomaco rifiuta il cibo e l’acqua, eppure al mio fianco, la moglie ha iniziato a parlarmi di esami, di responsi in arrivo, di tempi d’attesa, di colloqui col primario in ponte per la prossima settimana.
Lui a due metri di distanza scuoteva la testa sorridendo mentre lei parlava, con gli occhi chiusi e le sopracciglia sollevate, testimoniando il fastidio per le sue ingenue speranze, ma anche affetto per quella donna che non s’arrendeva all’idea di restare sola.

A un certo punto lui l’ha fermata, ha iniziato a dirmi di salutare questo e quello, cose da uomini insomma, la pietra tombale sulle illusioni di lei, il suo modo di dirle “fattene una ragione, va così”. Poi ha poggiato la mano sopra la mia e con un gesto affettuoso e malinconico al tempo stesso ha cercato di stringerla con le poche forze rimaste.

Ho capito che mi stava congedando, così mi sono sporto un po’ sopra il letto e l’ho baciato sulla fronte, chiaramente un addio. È entrata un’infermiera col carrello per il mangiare. La moglie si è subito messa ad apparecchiare il minuscolo tavolinetto a lato del letto, e io ho pensato: “un uomo e una donna che sommano insieme le abitudini” ecco la vecchiaia. Poi si è avventata sul piatto di pasta in bianco al quale indubbiamente attribuiva capacità curative che andavano ben oltre quella della medicina.

Quando sono uscito dalla stanza lo stava implorando di mangiare altre due penne, e io ho pensato: “ecco l’amore, più semplice di così”.


domenica 1 maggio 2016



                                                            "A gratis"  per un po'.



La storia di un ragazzo spogliato della propria adolescenza che cerca in ogni modo di farsi amare dalla propria madre e di salvare il fratello piccolo da un destino che pare già scritto.





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mercoledì 6 aprile 2016




Daniele ha poco più di dieci anni quando suo padre si ammala di Alzheimer e decide di abbandonare la famiglia, prima che il morbo faccia di sé qualcosa d’irriconoscibile. Non riuscendo a sostenere economicamente l’affitto di casa, Daniele, il fratello piccolissimo e la mamma, vanno presto alla deriva. Vengono sfrattati e riparano alla Montagnola, un campo rom alla periferia di Firenze, grazie all’intercessione di un lontano parente. 
Qui Daniele viene spogliato non solo dei suoi abiti e dei comfort della vita precedente, ma anche della sua stessa identità: diventa Nderim, un ragazzo senza posto, disprezzato dagli italiani perché zingaro e dagli zingari perché italiano. A peggiorare le cose ci si mette il fato: mentre gioca con dei petardi, perde un piede a seguito di un’esplosione e rimane storpio. 
Gli anni comunque passano e Nderim cresce. È alla soglia dei diciotto ormai quando la sua vita si intreccia con quella di una cassiera del supermercato in cui fa la spesa e con quella di un Professore di matematica in pensione, figure che risvegliano in lui il miraggio di una normalità ancora possibile, condita da affetti sinceri. 

È la storia di un'adolescenza abortita, di aberrazioni e soprusi. O più semplicemente, il racconto di una famiglia distrutta e di un ragazzo che, malgrado tutto, tenta di tenere insieme un'esistenza mutilata dal destino.

Ebook 0,99 centesimi   http://www.amazon.it/Sangue-randagio-Enrico-Aldobrandi-ebook/dp/B01DTOWUPG/ref=sr_1_2?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1459902946&sr=1-2&keywords=enrico+aldobrandi

venerdì 4 marzo 2016

Punti di vista
















«Ciao, mi servirebbe una chiavetta».
«La vuoi da 4 giga, 8, 16?»
«Boh, non saprei... »
«Cosa ci devi salvare?, cosa sono, giochi, canzoni, film?»
«No, sono tutte poesie. Ne ho scritte un sacco, ho paura di perderle».
«Per quelle un giga ti basta e avanza, allora; le parole non pesano niente».







venerdì 29 gennaio 2016

Mentre ero in pausa








Stamani, durante una pausa di scrittura, mi sono messo a guardare fuori dalla finestra di camera. Non che si veda molto a dire il vero: facciate di palazzi, balconi, automobili parcheggiate, un po’ di cielo.
A un certo punto su un balcone è comparsa una vecchietta. Ho strizzato un po’ gli occhi per metterla a fuoco meglio e mi sono trovato a pensare con una punta di commozione: “Guarda chi c’è!”.
Commozione del tutto immotivata, inspiegabile, forse causata dalla clausura che mi sono autoimposto in questi giorni nel tentativo di scrivere una cosa che per il momento non vuole uscire.
Osservandola con maggiore attenzione, comunque, mi sono reso conto che quella vecchietta la conosco da sempre, ma a parte qualche anonimo incrocio sul marciapiede non mi sono mai reso conto realmente della sua esistenza; chi vive in città sa di cosa parlo.
So soltanto che tempo fa lei e suo marito hanno perso una figlia e questo lo so per certo perché i drammi degli altri ci restano ben impressi, molto più delle cose piacevoli che gli capitano.
Si è messa ad annaffiare dei fiori, poco dopo è arrivato anche lui, suo marito. È rimasto un po’ sulla soglia del davanzale a guardarla, poi ha iniziato parlare gesticolando in direzione dei vasi. Si sono scambiati qualche parola, poi lui ha mosso qualche passo deciso verso di lei e dopo averle passato un braccio attorno alle spalle le ha dato un bacio su una guancia, e sono rimasti un po’ così.
Ero troppo distante per vedere se fosse arrossita ma sono convinto di sì perché oltre al sorriso che le si è disegnato sulle labbra alla vecchietta hanno iniziato a tremare le mani, infatti, l’acqua con la quale stava annaffiando i fiori ha iniziato ad andare qua e là, e per un attimo, incontrando il giusto angolo di sole, si è tinta con i colori dell’arcobaleno.

mercoledì 12 agosto 2015

Il castigo (un racconto)






Mi hanno sempre messo tristezza gli occhi lucidi addosso alle persone felici, meglio che lo dica subito.
Io e Giacomo eravamo diventati amici almeno una dozzina di volte, abitavamo nella stessa via ma ci eravamo conosciuti soltanto a scuola.
Neanche lui era particolarmente bravo però ci dava dentro più di me e il suo andamento era decisamente migliore. Questo mi mandava in bestia; era inconcepibile che uno nelle sue condizioni prendesse voti più alti dei miei e sulla strada di casa non perdevo occasione per rammentargli le loro umili radici, l’odore stantio della loro casa, la disoccupazione del padre, fino a inventarmi certi avvistamenti della sorella maggiore nella zona del porto, la sera.
Ed erano botte, oh sì! Ce le davamo di santa ragione promettendoci a vicenda l’uccisione, augurandoci fulmini inceneritori e decessi famigliari.
Quando avevamo finito di darcele raccoglievo lo zaino di terra e lo seguivo verso casa a testa bassa perché non potevo fare altrimenti; succedono molte più cose alle persone povere, e all’epoca mi sembravano tutte molto divertenti.

Ero lì quando venne il sindaco a consegnare le chiavi dei nuovi appartamenti d’edilizia sociale. Suo padre aveva gli occhi più lucidi che avessi mai visto addosso a uno che non sta piangendo per via di qualche disgrazia.
Sentii subito un cattivo sapore in bocca nel vedere quegli occhi, che poi prese a scendere giù, nella gola e ancora più giù, andandosi a piazzare al centro del petto trasformato in un cupo tremore: il mio amico se ne andava quindi, e con lui se ne andavano le botte, le minacce di morte, le perpetue riappacificazioni, ma soprattutto se ne andava quella finestra spalancata sulle tribolazioni che tanto m’intrigava.
Quella sera implorai mio padre di fare richiesta per una casa del comune accanto alla loro. Vidi i miei ridere di sottecchi; la mia sofferenza era autentica ma non venivo preso sul serio.
«Non ne abbiamo diritto» rispose mio padre «Quelle sono case che spettano alle persone che hanno avuto meno fortuna nella vita» disse proprio così “meno fortuna nella vita”. Usò una figura retorica per descrivere lo stato dei Costantini. E io allora? Poteva esserci al mondo uno più sfortunato di me, costretto ad assistere alla partenza dell’unico amico solo perché troppo ricco per poterlo seguire?

Il trasloco durò due settimane esatte. Da dietro le tende della nostra cucina, ogni giorno, vedevo suo padre arrivare con un’ape sgangherata e caricarci sopra qualcos’altro. Non fu una sofferenza violenta e improvvisa la mia, no, fui costretto ad assistere all’espianto giornaliero di un pezzetto della felicità legata alle cose che in quella casa l’avevano generata: il divano mezzo rotto sul quale avevo riso come un matto guardando i cartoni trasmessi dalla loro vecchia TV, le sedie di cucina impagliate sulle quali mi ero seduto a dividere con loro la pentola di pasta che la signora Costantini portava in tavola con l’attenzione che si riserva alle reliquie dei santi.
«Ne vuoi ancora Riccardo? » chiedeva con gli occhi lucidi di famiglia appena vedeva il mio piatto vuoto. Anche gli altri avevano finito ma non osavano avvicinarsi alla pentola a centro tavola prima che fossi stato rifornito io.
«Certo, grazie signora!» rispondevo anche se non avevo più fame. E mangiavo, e mangiavo. Mi riempivo la bocca e mangiavo come un maiale mentre gli altri restavano immobili a guardare, come salici piangenti; che gente buffa i Costantini.

C’ero anche il giorno della partenza vera e propria. Questa volta suo padre non arrivò con la solita ape sciancata ma con un’auto vera e propria. Non era granché, e paragonata al SUV di mio padre ne usciva con le ossa rotte, ma bastò a svolgere il compito di accogliere le ultime valigie e tutta quanta la famiglia.
Io stavo immobile in mezzo alla via ad aspettare il momento in cui il mio amico Giacomo sarebbe corso verso di me frignando di non volersene andare.
Invece a un certo punto, subito prima che partissero, vidi scendere dall’auto suo padre che mi venne incontro con gli occhioni cangianti e un sorriso storto sulle labbra.
«Lascia perdere, eh» mi disse stropicciandomi i capelli «Non pensarci più, ti farai dei nuovi amici. È difficile da capire alla tua età ma noi andiamo a stare meglio, dovresti essere contento»
Guardavo la testa del mio amico in mezzo a quelle delle sorelle sul sedile posteriore dell’auto che andava in qua e in là dal ridere. Ridevano e scherzavano tra loro pensando alla nuova casa, a una nuova vita lontano dalla nostra via, mentre io avrei voluto che morissero e basta. “Ti giri vero?” Pensavo “Girati brutto morto di fame, almeno saluta!”
«Perché?»
«Per noi che andiamo a stare meglio. Avremo una casa nostra se Dio vuole»
«Sì certo, pagata da noi. Dalla gente che lavora come mio padre»
«Anch’io lavoro se è per questo. Non è …»
«Perché non si volta? Non mi saluta neanche?  » domandai indicando l’auto.
Il padre di Giacomo sollevò le spalle come per dire che non ne aveva idea, ma ho il sospetto che sapesse benissimo il perché.
«Va be' senti, dobbiamo andare» disse poi «ma promettimi che non penserai più a noi. Mi ucciderebbe sapere che diventi triste ripensando a noi, eh? Me lo prometti? »
Rimasi zitto e non promisi un bel nulla. Allora li avrei pensati ogni giorno! Ogni ora, ogni minuto, solo per farli soffrire d’ora in poi.
L’auto si allontanò e il mio amico non si voltò mai. Non l’ho più rivisto.

Quando rientrai anche mia madre mi stropicciò un attimo i capelli. A cena si superò: tagliatelle ai funghi porcini, pollo arrosto e patatine fritte a volontà. Mangiai fino quasi a scoppiare, e poi mangiai ancora e ancora.
Più tardi, a letto, rimasi a lungo a guardare l’ombra prodotta dal lampadario sul soffitto senza riuscire a prendere sonno; sembrava avessi un animaletto dentro, qualcosa che si aggirava frugando tra stomaco e cuore.
A un certo punto balzai in piedi spinto da un irrefrenabile bisogno di agire. Andai a cercare tra gli attrezzi di mio padre e acchiappai un cacciavite bello grande. L'affondai ripetutamente nel divano del salotto tranciando in più punti la pelle lucida, poi mi accanii sulla TV da cinquantadue pollici graffiando e colpendo con la punta lo schermo. Alla fine ricordo che rimasi a lungo in silenzio, col cuore che mi batteva all’impazzata e il cacciavite in mano a osservare soddisfatto l’opera.
I miei non arrivavano a sgridarmi nonostante il baccano, se la dormivano della grossa. Mi travolse come una piena l’idea che probabilmente ero l’unico sveglio in tutta la strada, forse addirittura in tutta la città: un bambino ricco e fortunato. Poi d’improvviso, senza avvertimento alcuno, arrivarono le lacrime. Piansi per un bel po' ricordo, in piedi al centro della stanza; un pianto strano, senza dolore, senza commozione, simile a un lungo spurgo.




venerdì 7 agosto 2015

Manuale di crescita






Pensavo che a un certo punto mi avrebbero messo al corrente del segreto. Sì, proprio così: pensavo che un bel giorno sarebbero venuti da me e mi avrebbero detto: benvenuto nel club, ora sei dei nostri e non devi più aver paura di nulla. Ecco vedi Enrico, si fa così e così.

Credevo che gli adulti fossero a conoscenza di qualcosa, un codice segreto del fare che per il momento ignoravo, ma che di sicuro, a tempo debito, mi avrebbero svelato.
Questo mi succedeva almeno fino ai vent’anni. Sì lo so, è cosa strana, e forse sono pochi quelli attraversati da tanta insicurezza da arrivare a immaginarsi codici segreti o città proibite per spiegarsi la costante sensazione d’inadeguatezza, ma a me andava così.
Gli anni passavano comunque e nessuno mi diceva nulla, e io piano piano avevo preso (da solo) ad assomigliare sempre più a loro: gli adulti “i grandi”.

Facevo cose, prendevo decisioni, mi assumevo delle responsabilità, senza tuttavia mai staccarmi del tutto dall’idea affettuosa che ogni cosa, ogni decisione, venisse accuratamente soppesata da qualche parte dietro le quinte (come nel film The Truman show) .

Ora sono i miei ragazzi che mi guardano di nascosto cercando di capire come si fa.
Diciassette anni sono una gran bell’età, ma sono anche un casino: s’iniziano a sentire chiudersi le prime porte alle spalle, si capisce che la pacchia sta per finire.
Forse si aspettano da me la “rivelazione”, la valigetta con i codici, un bel paio di chiavi per accedere alla città proibita.

Invece servono anni per diventare uomini, decenni, un’era geologica. Serve una planimetria dettagliatissima piena zeppa di errori, calci in culo, botte in testa e delusioni per mettere in moto questa macchina infernale chiamata “uomo” e farla marciare in una direzione qualsiasi.
Vedo i ragazzini che entrano da me la notte, a prendere la schiacciata. Sono giovanissimi, 15 – 18 anni al massimo. Mi guardano timorosi, io sono parte del grande mistero, sono un depositario del segreto. Mi basterebbe un urletto per ridurli in briciole e farli fuggire via a gambe levate.

Quello che invece non sanno è che adoro la loro insicurezza e benedico le loro manine tremanti mentre mi porgono gli spiccioli; perché ci sono ancora io dietro quegli occhi timorosi e incerti, è mia la voce che s’inceppa davanti a quel “grande uomo” ricoperto di farina che sa tutto della vita, ed è ancora tutto mio il dolore della loro giovinezza; così bella ma già così oscura.




sabato 25 luglio 2015

Il pianeta gemello




Al bar dove mi sono fermato per pranzare, tutti gli uomini fissano con aria inebetita e bocche spalancate le immagini di sport che la TV partorisce senza sosta da più di venti minuti. Ogni tanto si ricordano della pietanza sul tavolo e se ne portano un po’ alla bocca.
Potessi spegnermi spiritualmente con altrettanta facilità, penso io guardandoli.

Invece sto pensando al pianeta gemello: a un altro me seduto in un altro bar di una periferia qualunque circondato da sconosciuti che pensa le mie stesse cose. (Non fa il fornaio come me, lui è diventato per davvero un chitarrista famoso e sa di noi da molto prima) E le nostre solitudini per un attimo si sommano, riempiendo questi millequattrocento anni luce con un vuoto siderale che inghiotte ogni cosa: facce inespressive, pensieri sconci sulla bella giornalista televisiva, bestemmie e sigarette.
Un vuoto che lascia accesa soltanto una flebile fiammella sullo sfondo delle galassie, agitata dal ritmo di un cuore che ancora non si rassegna, al panico di essere vivo.


domenica 12 luglio 2015

L'ira











Sabato sera, io mia moglie e i ragazzi, siamo finiti tutti insieme a guardare un film sul divano del salotto. - circostanza che ritengo irripetibile in quanto il più grande ha quasi diciassette anni, e in casa più che altro ce lo ricordiamo facendoci aiutare da fotografie appese qua e là, oppure gettando l’occhio sul disordine metastatizzato che incorona la sua zona letto fino alla postazione del computer-.  
Il film non era per nulla interessante, ma c’era uno strano bisogno di “famigliarità” nell’aria che impediva ai membri di casa Aldobrandi di alzarsi e andare ognuno per i fatti propri; forse era merito della multa da trecento euro arrivata per posta la mattina; un po’ tutte le famiglie ritrovano unità nei momenti peggiori.

Nel film comunque a un certo punto i genitori accompagnano i due figli adolescenti alla stazione, dove prenderanno un treno che li porterà lontani per un mese intero insieme al resto della classe.
La mamma scoppia a piangere abbracciandoli, il padre riesce a tenere un certo contegno seppur anche a lui gli si velino di lacrime mentre i due giovani sbuffano imbarazzati e continuano a guardarsi intorno, per nulla dispiaciuti all’idea di andarsene, di staccarsi un po’ da loro.

La scena mi ha toccato, inutile negarlo, ma non nel modo che avrebbe dovuto.
D’improvviso mi sono sentito violato, vulnerabile, esposto, affondato fino alle ginocchia in una palude di fredda indifferenza. Come se qualcuno avesse di colpo messo a nudo una verità che il pudore di solito lascia soltanto intendere. Una verità taciuta, non sbandierata, di cui il vincitore rende onore allo sconfitto con la promessa sottintesa di non sventolarla mai davanti ai suoi occhi. 

E invece no, il destino si era divertito a mescolare un po’ le carte e ci aveva riuniti tutti nella stessa stanza proprio per mostrarcela in tutta la sua silenziosa drammaticità.
Ho avvertito una vergognosa sensazione d’inferiorità nei confronti dei miei ragazzi, subito seguita da un cupo rancore nei confronti del tempo che è proprio uno schifo. Ho anche pensato e sottoscritto in gran segreto una legge universale che vieta di mostrare ai maggiori di quarant’anni certe scene, se in presenza di figli adolescenti.

Ricordo benissimo la pena che provavo nei confronti dei miei vecchi, quando io, giovane e forte, al sabato sera li salutavo lasciandoli stanchi e ingrigiti uno accanto all’altra ancora seduti in cucina.
Il sapore di cosa morta in bocca che mi teneva compagnia finché non lo buttavo giù a suon di vita e risate con gli amici.

Per l’amor del cielo lo so, i ragazzi sono così: fanno i ragazzi e basta, e d’ora in poi si serviranno del coltello che il tempo ha messo loro in mano dalla parte del manico per spalancare  una dopo l’altra, senza cattiveria o malizia alcuna, le emozioni che questo povero “vecchio” tiene chiuse dentro ai suoi gusci d’ostrica. È una corsa alla quale nessuno può sottrarsi.

Ho osservato di sottecchi il maggiore per vedere se anche lui aveva avvertito qualcosa, se per caso mi stesse guardando con un sorriso beffardo, soddisfatto o magari carico di muta pietà nei miei confronti, ma nulla; continuava a guardare il film con lo stesso interesse svagato di prima. Poi ho spostato lo sguardo sugli altri due, anche su mia moglie alla fine: la mia compagna di vita, la mia roccia emersa in un mare di dubbi; allora ho avuta chiara la consapevolezza di essere il solo nella stanza a sentirsi piuttosto male, di essere l’unico a soffrire per quello che percepivo come un vero e proprio affronto.


Meglio così, avessi incontrato anche solo uno di quegli sguardi non avrei proprio saputo come comportarmi. 

lunedì 25 maggio 2015

Quando c'ero ancora







Ogni tanto mi capita - di rado ma capita - di dimenticare qualcosa quando esco per andare al lavoro la sera. A volte le chiavi dello scooter, a volte gli occhiali. Quindi faccio le scale all'incontrario e rientro in casa in silenzio, non perché non voglia annunciarmi ma perché considero quei pochi istanti un'intrusione, un qualcosa su cui non posso accampare alcun diritto. E un senso di vuoto mi acchiappa lo stomaco quando sento che stanno ancora parlando, intorno alla tavola apparecchiata, mia moglie e i ragazzi, con la stessa intonazione di voce, né più alta né più bassa, dello stesso argomento; come quando c'ero ancora io.

mercoledì 8 aprile 2015

La bellezza contenuta





                                                                                  1

Hanno messo un divisorio. Uno di quelli che mettono e tolgono all’occorrenza. Il compagno di stanza del babbo è giovane e probabilmente è qui per una cosa da niente. Lo sento parlare al cellulare, ride e scherza. E chiama, chiama in continuazione. Non lo vedo e non m’interessa di vederlo; la sua allegria e la sua esistenza mi danno sui nervi. E poi lo invidio; sì, lo invidio perché alla sua età si è sempre da quella parte del divisorio.
Di qua ci siamo io e il babbo. Due millimetri di plastica dividono due universi opposti e inconcepibili nella stessa stanza. L’hanno messo perché la sola idea della morte è indecente. È un pensiero al quale non ci si abitua. L’idea di poter morire, andarsene per sempre è indecente.
So che sente il nostro dolore, lo percepisce, la stanza ne è impregnata, ma esorcizza la cosa chiamando. Chiama tutti, in continuazione, rivendica il suo diritto all’esistenza e alla giovinezza. E ha ragione, so che ha ragione, ma odio tutta questa ostentazione di vita.
Il babbo non può parlare, ha un’enorme maschera per l’ossigeno sulla faccia, ma mi ha fatto capire quelle che sono le sue ultime volontà. È lucidissimo, scruta con attenzione ogni particolare come se volesse fissarsi qualche cosa nella mente e portarsela via. Fa una fatica enorme a respirare, credo si renda conto che siamo alla fine.
Ieri mi ha chiesto di spostare le tende nel caso avesse nevicato, come ha sentito dire dalle infermiere. Ma oggi ho trovato questo divisorio, e adesso non può più vedere la finestra e intanto quello di là lo tortura, coi suoi discorsi da giovane, la sua allegria, tutte quelle chiacchiere che non riguardano mai il passato, ma parlano dei tanti domani, delle cose che farà appena uscirà da qui. Avrei voglia di dirgli qualcosa, ma so di non aver ragione, a quell’età non si concepisce che un giorno dovremo smettere di esistere.
Guardo il babbo, non può dire niente, scrolla la testa e solleva le spalle con quel suo atteggiamento dimesso che vuole essere rassicurante allo stesso tempo. “Non ti preoccupare, va tutto bene”. Ha sempre trovato il sistema di prendere le cose con un certo grado di candida fatalità, e anche adesso, nel momento più difficile, riesce a farlo.
È un paziente ‘modello’ dicono gli infermieri. Perfino il Dottore qui al reparto l’ha lodato per la pazienza e la collaborazione. ‘Uno che non si lamenta mai’, dicono, e questa cosa mi riempie d’orgoglio. Ora so con certezza da chi ho ereditato la mia attitudine alla sofferenza. Sono tale e quale a lui, quando sto male cerco di starmene in silenzio, il più appartato possibile, non mi piace la compassione della gente in generale e la sola idea di dover un giorno dipendere da qualcuno mi mette i brividi.
Ricordo che quando ero ragazzo al panificio avevamo una gatta. ‘Musina’ si chiamava. Spesso scompariva per lunghi periodi, settimane a volte. Non che ci preoccupassimo della cosa, però tutti notavamo l’assenza e in silenzio ognuno formulava le proprie ipotesi.
Un giorno, ricordo, mi mandarono in cantina a prendere una stagna d’olio. Aperta la porta, nel buio, notai in fondo alla stanza due piccolissime sfere gialle. Ci misi un po’ a capire cosa fossero. La gatta si era infilata – non so come – in un invisibile spazio tra uno scaffale e il soffitto. E stava male, rantolava. Presi una latta di pelati e ci salii sopra per guardare da vicino, ma l’animale si mise a soffiare indispettito, quindi lo lasciai stare.
Tornato su con la stagna non dissi niente a nessuno, mi ripromisi di tornare il giorno seguente a vedere se per caso fosse morta, andata via, o cosa. Insieme alla gatta l’indomani trovai quattro cuccioli attaccati a succhiare il latte. La ‘Musina’ si lasciava guardare senza protestare e continuava a mandare i suoi occhioni gialli dai cuccioli alla mia faccia e viceversa, incredula quanto me.
Non ho mai rivelato a nessuno il suo nascondiglio, ho sempre avuto il massimo rispetto per la dignità che dimostrano i gatti in quelle situazioni. Anche se sono animali per i quali non provo niente in particolare, li ammiro perché m’ispirano una certa fierezza e sanno essere autosufficienti se serve. E il fatto che quando stanno male vadano a nascondersi, mi è sempre piaciuto.
E ora, vedendo il babbo in questo stato, comprendo meglio il motivo per cui non rivelai il nascondiglio della ‘Musina’. Anch’io quando sto male voglio essere lasciato solo, non mi serve l’aiuto di nessuno, e se ho bisogno di essere aiutato, per quanto mi riguarda è tempo di morire.


Romanzo "La bellezza contenuta"  primo capitolo
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sabato 14 marzo 2015

Il mio romanzo




Un vecchio in fin di vita e una giovane donna si ritrovano nella medesima stanza d’ospedale, separati da un sottile divisorio che gli impedisce di guardarsi in faccia. Razionalmente nulla li lega, ma di notte, mentre dormono, accade qualcosa di apparentemente inspiegabile  tra loro. Nel frattempo, il figlio dell’anziano morente, conosce nella sala d’attesa una bambina autistica, la cui madre ha avuto un gravissimo incidente e sta per lasciarla sola al mondo. Per la prima volta l’uomo si sente costretto a uscire dal suo bozzolo, non può far finta di nulla, e aiutare la piccola diventa occasione di riscatto dopo un’intera esistenza passata a proteggersi da ingombranti emozioni. In maniera delicata ma irreversibile, le vicende dei personaggi si sfioreranno, tracciando una linea invalicabile fra il prima e il dopo. 

venerdì 13 febbraio 2015

I tuoi tanti alibi





Ieri sera è passata la vedova a riscuotere l’affitto. È invecchiata in fretta, come una mela morsa e lasciata lì. La conosco da più di trent’anni ma il suo nome non sono mai riuscito a fissarlo da nessuna parte; qualcuno me lo diceva e pochi secondi dopo era già scivolato via, inafferrabile. La verità è che questa donna ha sempre vissuto all’ombra del marito, un omone dal carattere ingombrante, proprietario del fondo dove ho il panificio. Bastava lui con la sua presenza, o in alternativa, l’idea carismatica che proiettava di sé a sbiadirla, a renderla incorporea, eterea. Per tutti è sempre stata la moglie di Sandro prima, e la sua vedova dopo, così: senza arrivare mai a meritarsi un vero nome.
È entrata quasi in punta di piedi, col foglietto in mano, sorridendo timidamente, come si vergognasse nel dover assolvere lei adesso a quell’obbligo tanto volgare.
«Ti ho portato la ricevuta Enrico»
«Sì, aspetti…» sono andato alla scrivania e ho preso l’assegno che avevo già preparato.
«Ecco» ho detto porgendoglielo. Si guardava intorno, nei suoi occhi un misto di tristezza e rassegnazione, ma anche una strana curiosità. Ha preso l’assegno con la punta delle dita appena, come una cosa schifosa lasciata a penzolare.
«Allora ci vediamo tra un mese» ho detto, facendo per tornare ai miei impasti.
«Sì, a tra un mese» ha risposto lei, senza però muoversi.
Poco dopo mi sono voltato e lei era ancora laggiù, immobile, che ci guardava lavorare. Ho scambiato qualche parola col mio collega per escluderla e spingerla ad andarsene, ma non è servito a nulla. Alla fine le ho rivolto un sorriso perché in fondo sono un animale ben educato.
«È un bel mestiere, no? » l’ho sentita dire.
«Come? »
«È un bel mestiere, dicevo»
«Sì. Sì, certo. Non fosse per gli orari…»
«Eh, sì. Gli orari sono tremendi» ha convenuto. È rimasta a lungo in silenzio.
«Sì, ma alla fine uno vede cos’ha fatto, no? »
«Come dice? »
«Insomma… farina, acqua, e dal nulla fate il pane. Uno vede quello che fa alla fine, no? Dev’essere una bella soddisfazione vedere qualcosa di realizzato»
«Ah, sì sì… per quello è vero. È una bella soddisfazione» ho risposto io.
Ha buttato un’ultima occhiata tutt’intorno prima di salutare «Allora ci vediamo, grazie» ha detto, ma era chiaro che avrebbe preferito restare ancora un po’.
«Arrivederci» ho risposto, scortandola con lo sguardo fino alla porta.
Non ricordo il nome, ma la luce negli occhi che aveva ieri sera credo non la scorderò mai: lo stupore angosciato di chi si accorge all’improvviso che la propria esistenza è scivolata via, goccia dopo goccia, senza averne bevuta neanche un sorso, di chi urla con gli occhi “è successo tutto agli altri”, di chi parte per una grande impresa, per poi scoprire che ne farà parte solo in veste di comparsa.
Mi è sembrato di vederla là fuori, sistemarsi il collo del giubbotto per ripararsi dal freddo prima di avviarsi; con la pesantezza degli alibi nei passi, la vita morta pigiata in fondo alle tasche, e andare incontro alla notte: gelida, vuota.



sabato 29 novembre 2014

Notte











Sabato sera io e mia moglie festeggiavamo dieci anni di matrimonio. Sapete com’è, noi maschi ce li dimentichiamo spesso questi anniversari, ma le donne no. È come se tenessero un’agenda invisibile sulla quale annotano ogni cosa, ogni giorno che secondo loro vale la pena di essere ricordato: il compleanno di quella, l’onomastico di quell’altro, quando è caduto il primo dentino al bambino, eccetera eccetera.
Insomma, per farla breve, la mia Sandra viene in salotto e inizia a strusciarsi come una gattina che fa le fusa «Sai che giorno è amore? » dice
«È venerdì» ho risposto subito sicuro.
«sì, ma che data? »
«non lo so, mi pare il 29» ho detto
«il 29 giusto» ha fatto lei continuando a strusciarsi «e cos’è successo il 29 marzo di dieci anni fa? »
Io stavo per rispondere, “e che ne so di che è successo il 29 marzo di dieci anni fa, ma perché voi donne siete sempre così misteriose? Criptiche? Dimmelo e facciamola finita, no?” Ma poi ho capito che c’era qualcosa sotto. L’ho guardata negli occhi, lei ha sorriso e con le sopracciglia sollevate mi ha imboccato la risposta, e allora ci sono arrivato «Ci siamo sposati! » ho detto quasi urlando, poi mi sono alzato dal divano e ci siamo abbracciati proprio lì, in mezzo al salotto. Siamo rimasti a lungo così, e alla fine mi ha detto che le sarebbe piaciuto andare al cinema per festeggiare. 

    Più tardi, mentre andavo in bagno per farmi la barba, sono passato davanti alla porta di camera e l’ho vista che si rimirava nello specchio; allora mi sono bloccato un po’ in tralice dietro lo stipite e ammetto di averla spiata più di quanto avrei dovuto. Si era già messa tutta in ghingheri, e osservava soddisfatta la sua figura riflessa di profilo: ora di qua, ora di là, con la testa da una parte, poi dall’altra, lisciando un po’ a sinistra la gonna, strizzando la pancetta per tirare su i seni; e sorrideva la mia Sandrina, tutta contenta sapete? Era bella, proprio come il giorno che ci siamo sposati. È andata al comò e si è spruzzata un po’ di quel profumo che metteva sempre da giovane quando eravamo ancora fidanzati. Non glielo sentivo addosso da chissà quanto tempo, almeno da quando ha iniziato a non stare molto bene.

    Mi sono fatto la barba e mi sono vestito. Ho pensato che non volevo essere da meno e così anch’io mi sono improfumato con la prima cosa che mi è capitata sotto mano. Più tardi, in auto, tra il mio e il suo di profumo sembravamo proprio una di quelle coppiette di ragazzi che ancora vogliono fare una buona impressione sull’altro, ce l’avete presente? Quando ancora non è diventato tutto scontato, banale, monotono e ci si arrende a quella deriva matrimoniale che poco alla volta anestetizza i sentimenti e mette la sordina a ogni cosa. Fuori pioveva, ma noi, al sicuro e al calduccio all’interno dell’auto ci gustavamo in silenzio il nostro angolino di paradiso super profumato. Lei mi ha preso la mano e io gliel’ho stretta forte, e in quel momento ho avuto chiara la sensazione che tutto si sarebbe sistemato, che tutto sarebbe tornato ad andare nel verso giusto.

    Il film, lo dico subito, non mi è piaciuto. L’ha scelto lei, ma questo non significa molto. Non mi piace andare al cinema, questo è il punto. Avrei potuto sceglierlo io e sarebbe stato la stessa identica cosa. Ma quella sera (parliamoci chiaro, siamo tra adulti) il cinema era solo il contorno al piatto principale, che sarebbe arrivato più tardi, una volta giunti a casa. La cornice necessaria a imprigionare l’immagine del nostro amore che dopo dieci anni di alti e bassi finalmente si rimetteva in carreggiata e riprendeva a volare in alto, sopra i pensieri e tutte le altre cose. Sandra era di nuovo con me, era tornata quella di prima, e mi teneva la mano mentre guardava il film con la testa poggiata sulla mia spalla. Quando sono partiti i titoli di coda è stato come se mi avessero dato una coltellata perché non volevo che sollevasse la testa, che si staccasse da me.
    Fuori aveva smesso di piovere, e ci siamo tenuti la mano mentre camminavamo verso l’auto facendo commenti sciocchi sul film; poi, quando l’abbiamo raggiunta ho fatto una cosa che non so neanche io da dove mi è uscita: ho fatto il giro di corsa tutto sorridente e le ho aperto la portiera per farla salire «Ti amo sai? Ti amo davvero Fausto» ha detto lei guardandomi con occhi, a parer mio, un po’ troppo malinconici visto quanto eravamo felici in quel momento.  Ho guidato piano per tornare a casa perché intanto nell’auto si erano ricreate le stesse condizioni favorevoli di prima, e nel silenzio dell’abitacolo sembrava che potessimo addirittura sentire i nostri pensieri vibrare nell’aria e giocare a rincorrersi.

    Appena entrati in casa lei ha ripreso gli strusciamenti di prima e voleva subito passare al sodo. Anch’io lo volevo credetemi, ma forse sarà stato tutto quel profumo, oppure il film noiosetto, ma insomma… mi era venuto un po’ di sonno e allora le ho chiesto di farmi un caffè; e subito nella mia testa è comparsa la voce «Dai…non lo vedi che la pollastrella ti brama? Lascia perdere il caffè su…» e io ho risposto mentalmente «un caffè veloce, e che sarà mai un caffè? » poi un’altra voce, che si è unita alle nostre «Sì, sì, lasciale fare un caffè. Vediamo che cazzo ti combina questa volta».
    La Sandra mi guardava impaurita, come se le avessi chiesto chissà cosa, e mi dispiaceva moltissimo perché fino a pochi istanti prima eravamo un tutt’uno e io non volevo che avesse paura di me. Ero suo marito, e le volevo un bene dell’anima anche se non era stata molto bene ultimamente.  È rimasta impalata a guardarmi con gli stessi occhi malinconici di prima, poi si è voltata e si è avviata lemme lemme verso la cucina, tutta in ghingheri e profumata per andare a farmi il caffè.
    Io mi sono lasciato cadere sul divano ed ho acceso la tv «ecco… ora vedrai vedrai» ha ripreso la voce «signori per l’amor di Dio manteniamo la calma» ha fatto eco l’altra «sono tranquillissimo. Mi vedete no? Sono tranquillissimo» ho risposto io. Sono passati non so quanti minuti e proprio quando stavo per alzarmi e andare a vedere perché non tornava l’ho sentita arrivare.

    Oddio, a dire il vero sentivo la tazzina che faceva rumore nel piattino di ceramica perché alla Sandra tremavano le mani. Mi è dispiaciuto tanto  vederla in quelle condizioni, ma dopotutto che le avevo chiesto? Un caffè Cristo Santo! Un misero caffè. L’ha posato sul tavolino in vetro davanti al divano e ha fatto per andarsene «Fermala! » ha urlato la voce «Falla rimanere, vediamo cos’ha da dire la scema» l’altra voce ha tentato una mediazione «Signori» ha tuonato con voce ferma e autorevole «visti i precedenti io sarei portato a dire che, considerata  la significativa ricorrenza odierna,  ma soprattutto (aggiungerei)  le cause sciocche che scatenano gli episodi…» «siediti amore» le ho detto invece io estremamente calmo «prendo questo caffè e  sono subito da te» l’ho presa per un polso e l’ho invitata a sedersi accanto a me.

   Ho portato la tazzina alla bocca, ho ingoiato a fatica un sorsetto, poi con un manrovescio assestato come si deve le ho aperto il labbro superiore; bisogna dire che la Sandra ha dimostrato non poco coraggio: l’ultima volta le ho detto che se scappava ne buscava ancor di più e infatti non ha cercato di fuggire, è rimasta lì con gli stessi occhioni malinconici a guardarmi e a mugolare appena «Visto? Visto? Cosa ti avevo detto? Te l’ha bruciato! Lo fa apposta! » urlava la voce nella mia testa «Guarita un cazzo! È matta, MATTA! Neanche un caffè decente…» e aveva ragione, cazzo se aveva ragione. Era quella la donna che avevo sposato? Una stronza incapace di fare qualsiasi cosa? L’altra voce ha provato come sempre a sistemare le cose «Io credo che faresti meglio a uscire per fare due passi, le premesse non rispecchiano certo le…» una parlava da una parte, l’altra rispondeva dall’altra, e io preso nel mezzo a quel frastuono che mi sembrava d’impazzire. Ho tentato di buttarle fuori giuro, con tutto me stesso, di farle uscire dalla mia testa… ma poi è come se fosse scattata una molla da qualche parte e il resto è venuto praticamente da solo.

    Ero già balzato in piedi di fronte a lei che cercava di ripararsi la testa in qualche modo, quando nel cervello mi è esploso fortissimo un odore di bosco, di pino e faggio, di terra umida; e allora mi sono sentito come un cavallo lanciato a folle velocità nella bruma del mattino, col vapore che mi usciva dalle narici spalancate. Poi odore di mare mosso, di cavalloni e schiuma, e io prendevo sempre più velocità, con le zampe che mordevano il terreno e i muscoli del petto tesi all’inverosimile, nitrivo e scuotevo la testa che era un piacere. Godevo cazzo, godevo come un pazzo, finalmente a contatto con quella natura che devo sempre tener nascosta.  L’ultima cosa che ricordo è il caffè bollente che atterra sul bel volto di mia moglie, poi tutto si è fatto buio intorno a me ed è stato in quel momento che mi sono letteralmente staccato da terra e ho iniziato a volare; leggero come una piuma, potente come un Dio.






   



   

   

   


mercoledì 26 novembre 2014

La veggente








«Dicono che riesce a leggerti il futuro senza che tu apra bocca praticamente. Basta che ti guardi un attimo e ha fatto»

«Ma finiscila per favore» rispose lui «Ti pare possibile? Eppure non sei come le tue amiche! Dai Emma, per l’amor del cielo»

«Senti Frank, tu la conosci Meredith no? Ti sembra una che le spara grosse? Non direi no? »

«Io non ho nessuna intenzione…»

«Invece ci andrai perché dobbiamo assolutamente fare qualcosa entro i prossimi tre mesi e abbiamo bisogno di pianificare alla perfezione ogni mossa»

«E quindi adesso ci affidiamo alla magia? È così che d’ora in poi decideremo come fare le cose? »

«No Frank, soltanto questa volta. Cristo, hai visto l’estratto conto di questo mese no? Se accetti quel trasferimento prendi una decisione cruciale.  Inoltre…» Emma rimase un po’ con lo sguardo posato sul tappeto come se fosse sul punto di dire qualcosa di davvero importante «Be’, io dico che dovresti proprio andarci, sai? » concluse invece, succhiandosi in dentro le guance e corrugando le labbra senza aggiungere altro.

    La primavera aveva acceso i colori tutto intorno la statale 89. L’ultima volta che l’aveva percorsa era stato a Novembre, pioveva e faceva freddo. La scansione del tempo per lui ed Emma si era interrotta a Gennaio, quando avevano ricevuto la lettera dell’azienda nella quale si enfatizzavano i vantaggi legati a un suo eventuale trasferimento a Portland; scansione che poi si era sciolta lentamente in una densa, impenetrabile, cortina di pensieri e preoccupazioni che avevano tenuto compagnia a lui e sua moglie fino ad oggi: cinque mesi sospesi in una bolla invisibile nella quale avevano galleggiato in compagnia di bollette scadute, falsi sorrisetti rassicuranti e silenziosi abbracci accompagnati da profondi sospiri,  molto più frequenti e lunghi del solito.

    La casa della maga – in realtà il termine esatto era “veggente” persona che “vede” aveva trovato su internet - si trovava fuori città di un buon quindici chilometri. Per raggiungerla dovette lasciare la statale 89 all’altezza del bivio per Irchenville e poi arrampicarsi su per la route 16 finché il navigatore non gli disse che era arrivato. Era verde, disposta su due piani, con quattro finestre sopra e due sotto. Il giardino intorno era perfettamente curato, e a intervalli regolari zampilli d’acqua venivano sparati per aria dagli irrigatori temporizzati nascosti sottoterra. Aveva un gran mal di testa, forse avrebbe fatto bene a scolarsi per intero  il thermos di caffè che Emma gli aveva preparato quella mattina, prima di suonare il campanello.

«Non lo voglio Emma» le aveva detto allontanandolo da sé con una mano.

Ma lei aveva piagnucolato «Prendilo per favore, magari ti viene sonno durante il viaggio»

«Viaggio» aveva ripetuto lui storpiando di proposito la parola «sono appena quindici minuti d’auto» alla fine l’aveva preso, giusto per farla contenta, con l’intenzione di svuotarne a terra la metà prima di rientrare.

    Aprì la portiera e scese dall’auto. L’odore dell’erba tagliata di fresco non bastò a mutare il suo stato d’animo e percorse i pochi passi che lo separavano dal campanello con addosso una vaga e indefinita sensazione di malessere generalizzato.  Sorrise davanti alla targhetta “Morg Hana” domandandosi in che razza di situazione si stava infilando, ma poi pensò a  Emma che ci teneva così tanto e suonò.

    Quando uscì, ventisette minuti più tardi, il mal di testa era scomparso, per lasciare il posto a una sensazione che non era di sgomento come avrebbe dovuto essere date le circostanze, ma di profonda tranquillità. Rimase a lungo sulla soglia con lo sguardo puntato sul grande prato davanti alla casa della maga riempiendosi i polmoni con quel buon odore di natura recisa, fresco, friabile, affettuoso come la mano di suo padre che gli passava sulla testa appena avevano finito di tagliare insieme  l’erba nel loro giardino e restavano immobili a osservare soddisfatti l’opera appena compiuta. Lanciò sovrappensiero le chiavi dell’auto in aria, una, due, tre volte “Ironico davvero… “” pensò, poi prese un lungo respiro e si  avviò verso l’automobile.

    Il cielo, azzurro come non mai,  gli fece pensare alle cartoline che suo fratello inviava loro  due volte l’anno dalla Florida, piene di gente sana e spiagge che si allungavano a  perdita d’occhio. Il calore del sole gli carezzava tutta la parte sinistra del corpo attraverso il finestrino dell’auto mentre scendeva la route 16 per andare a imboccare di nuovo la statale 89 che l’avrebbe portato a casa in meno di quindici minuti.  La mano senza preavviso partì verso il vano porta CD,  e in men che non si dica si ritrovò a cantare a squarciagola le vecchie canzoni dell’adolescenza, battendo il ritmo con i palmi delle mani sul volante. Era un vero peccato che a sua moglie quelle canzoni non fossero mai piaciute, che preferisse il silenzio quando erano in auto. In breve l’auto si popolò di facce e voci, risate e urla di compagni d’università con i quali aveva percorso insieme un breve e stupendo tratto di vita spensierata, che però aveva sempre tenuto nascosta a Emma; come se lei, una volta messa a conoscenza del giardino segreto dove lui conservava ancora intatte le poche emozioni passate, avesse il potere di mandarle in frantumi con uno dei suoi urletti striduli o con una di quelle risatine sciocche e ammonitorie che gli riversava addosso ogni volta che lui cercava di fare di testa sua.   

    Si accorse che stava rallentando dopo aver letto il cartello che indicava 1 chilometro al bivio per Irchenville. A quella velocità sarebbe arrivato a casa in meno di sei, sette minuti, mentre avrebbe voluto poter continuare a guidare per sempre, stando ben attendo a non infrangere con il minimo movimento quello stato di beatitudine che si era creato all’interno dell’abitacolo; soltanto lui e i suoi vecchi amici e i cd: avanti, per sempre!  Tuttavia giunto al bivio dovette fermarsi per forza; si accorse allora che, seppur ancora lontana, a est, un’ombra scura aveva già iniziato a mordere il cielo sbriciolandolo in tonalità di azzurro sempre più denso via via che scendevano giù fino a fondersi con la terra da qualche parte dietro le colline. Una lama fredda gli si posò sul braccio là dove fino a pochi istanti prima indugiava sornione il sole quando una nuvola solitaria l’oscurò all’improvviso. Subito dopo aver imboccato la statale diretto verso casa spense lo stereo e percorse gli ultimi chilometri immerso in un silenzio siderale.

Emma l’aspettava sulla porta «Dio mio Frank! Iniziavo a preoccuparmi. Quanto ti ci è voluto? Sei stato via quasi due ore»

Controllò  l’orologio «Un’ora e trentasette per la precisione»

«Sì, ma insomma. Avevi detto quindici minuti ad andare e… ma non l’hai neanche toccato? » chiese sciaguattandogli nervosamente il thermos del caffè davanti agli occhi «Ho sentito che sta arrivando un brutto temporale e iniziavo a preoccuparmi che… dai vieni entra, vieni Frank racconta» disse prendendolo per una mano «Racconta avanti, com’era? Mi hanno detto che è anche bella, è vero? Hey… non è che hai fatto tardi perché… ma che hai? Perché sei così silenzioso? »

«Povera Emma» disse lui accarezzandole la guancia col dorso della mano «povera la mia bambina» ripeté piano «tutto il nostro preoccuparci, per tutto questo tempo…»

«Ma che dici eh? Che hai? Dio mio Frank, mi fai paura così»

«Siediti amore mio. Siediti per l’amor del cielo» disse indicandole il divano, e attese che lei lo facesse prima di iniziare a raccontare.